VERONA - Strage, in concorso. È con questa accusa che nei giorni scorsi ha chiuso l’inchiesta nei confronti dei fratelli Ramponi, responsabili della tragedia dei carabinieri a Castel D’Azzano, quando lo sgombero di un casolare nella campagna veronese si era trasformato nella carneficina in cui, all’alba del 14 ottobre, morirono i carabinieri Davide Bernardello, 36 anni; Valerio Daprà e Marco Piffari, entrambi di 56 anni, schiacciati dalle macerie del casolare nel quale vivevano i tre fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi.
Le altre accuse Nell’atto di conclusione delle indagini preliminari, che sa tanto di preludio ad una richiesta di rinvio a giudizio di fronte alla Corte d’Assise di Verona, i tra fratelli (tutti in carcere a Vicenza) devono rispondere anche di detenzione di esplosivi e di aver minacciato in altre due occasioni di far saltare la casa di fronte all’ipotesi di uno sgombero. Ma anche della resistenza a pubblico ufficiale del 25 settembre 2025 quando Dino e Maria Luisa avevano detto di voler far saltare la casa se l’ufficiale giudiziario inviato dal tribunale, quella mattina avesse varcato la porta d’ingresso. A ricostruire tutti i dettagli ci avevano pensato una serie di consulenze chieste dalla procura, da quella dei vigili del fuoco sul crollo dell’edificio a quella dell’esperto di esplosivi sulla potenza del materiale trovato in casa Ramponi, fino all’analisi di una maschera antigas nell’abitazione dei tre fratelli veronesi. Il blitz La mattina del 14 ottobre i carabinieri erano arrivati in via San Martino insieme ai vigili del fuoco, perché sospettavano che all’interno ci fossero armi ed esplosivo. Le foto scattate da un drone qualche giorno prima erano state rivelatrici, in questo senso: si vedevano due bottiglie molotov appoggiate sul tetto, pronte all’uso. Motivi per cui, appena arrivati attorno al casolare dei fratelli Ramponi, i militari avevano infranto le finestre al piano terra, lungo tutto il perimetro dell’abitazione, per scongiurare il rischio di un ambiente saturato con il gas. L’impensabile Prima di entrare avevano quindi atteso qualche istante per far arieggiare i locali. Non potevano immaginare che ad attenderli al primo piano ci fosse Maria Luisa Ramponi con sei bombole a gas pronte ad esplodere e un accendino in mano con il quale aveva dato il via all’esplosione, così forte da sventrare quasi metà casa e far cadere le macerie sui tre carabinieri che, per primi, avevano dato il via al blitz. L’autopsia dirà infatti che ad uccidere i tre carabinieri è stato il crollo dell’abitazione. Le carte All’origine della tragedia, una questione economica: il prestito ottenuto dai fratelli Ramponi dalla banca e mai onorato per via delle difficoltà economiche. Ma è l’emarginazione sociale ad aver ingenerato nei tre – costretti a vivere senza luce, acqua e gas – l’avversione nei confronti delle istituzioni. Un odio che ritorna anche nelle parole del tribunale del Riesame: “Dino e Maria Luisa Ramponi hanno continuato a inveire, minacciare e rivendicare il loro gesto, da loro stessi definito vendicativo, dando persino la colpa agli operanti per quanto accaduto – si legge nell’ordinanza con la quale viene confermato il carcere per i tre fratelli, accusati di strage – così dimostrando la lucida pervicacia e insistenza nel ritenersi nel giusto, in totale spregio della stessa vita umana, sacrificata per il rifiuto di perdere la loro proprietà”.






