Walter Quattrociocchi dirige il Center for data science and complexity for society all’università Sapienza di Roma. La Commissione europea lo ha inserito tra i sessanta esperti che vigileranno sull’applicazione della direttiva sull’intelligenza artificiale. Sul tema, Quattrociocchi ha una visione poco allineata alla narrazione dominante: di fronte ai titoli sulle «macchine che pensano» o sulla «coscienza dei robot» invita a un sano scetticismo. Anche per questo ha coniato il neologismo «epistemia» e ha presentato in Parlamento un appello firmato da centinaia di accademici per invitare gli esperti a spiegare «come funzionano le intelligenze artificiali, quali sono i loro limiti e come possono essere utilizzate in modo responsabile». Non stupisce che tra i cantori dell’Intelligenza artificiale non si sia fatto molti amici. Lui però è un duro col sorriso: mentre demolisce molte certezze sulla presunta onnipotenza dell’intelligenza artificiale, firma ogni suo intervento «con amore e gentilezza».

Professor Quattrociocchi, cosa significa «epistemia»?

Secondo il test di Turing, l’intelligenza di una macchina è dimostrata se non si può distinguere il suo linguaggio da quello umano. Quell’idea ha alzato molto le aspettative sui Large Language Models (Llm, le intelligenze artificiali come ChatGpt, Gemini o Claude, ndr) ma nasceva da una prospettiva diversa risalente a oltre settanta anni fa. Oggi sappiamo cosa ci sia dietro la produzione linguistica di un’intelligenza artificiale: non è un processo di verifica attraverso una struttura cognitiva, ma un assemblaggio di frasi plausibili. Il problema è che utilizziamo queste interfacce come se fossero motori di ricerca. Se scambio questa produzione linguistica plausibile per «conoscenza», sto saltando il passaggio della verifica. Questo fraintendimento è l’epistemia.