Vigevano. Qualcuno ha provato seriamente a comprare e a portar via il basket di serie A2, appena riconquistata, da Vigevano. Ma non ci è riuscito. Lo racconta Marino Spaccasassi, presidente e anima della Nuova Pallacanestro Vigevano 1955 Elachem, in queste settimane solo apparentemente a riposo per convalescenza. «Una settimana fa abbondante, il giorno dopo esser stato sottoposto ad intervento chirurgico, un gruppo mi ha contattato offrendomi… X milioni di euro per vendere tutto, società, squadra e titolo di A2». E lei cos’ha risposto? «Ho chiesto se il tutto sarebbe rimasto a Vigevano e, quando mi è stato risposto che tutto sarebbe stato portato via da qui, subito ho rifiutato. Se qualcuno vuole venire qui a investire per mantenere e crescere quanto abbiamo fatto in tutti questi anni, ben venga, siamo pronti a parlare con chiunque. Diversamente e con tutta la fatica che abbiamo fatto, non sarò certo io a togliere il basket alla città». Però le risorse restano limitate per affrontare questi livelli… «Non siamo mai stati così solidi e pronti anche organizzativamente come adesso. E, come sempre detto, faremo il passo secondo la gamba». Che squadra sta nascendo? «Tutto precede secondo i programmi. Anche in A2 abbiamo costruito una squadra giovane, di gente emergente e con voglia di lottare come si è visto nell’ultima stagione in B. Il nostro obiettivo ovviamente resta la salvezza e non sarà facile, ma se tutto girasse giusto, chissà… magari potrebbe arrivare anche qualcosina in più». Che serie A2 si aspetta? «Ancora più forte e competitiva di quella che abbiamo disputato due anni fa. Il livello continua a salire, i costi pure». Può darci qualche numero per capire la dimensione del problema? «L’anno scorso in B avevamo messo a budget 65mila euro quanto a trasferte. Complice la squadra che ha vinto molto, ma soprattutto il forte aumento dei prezzi di biglietti, hotel e carburanti, alla fine ne abbiamo spesi più di 110mila. Quando da tempo ribadisco che tutto questo sta diventando insostenibile non parlo solo di giocatori, dei loro costi di ingaggio, fermo restando che se pago 50mila euro un giocatore, al club, in realtà, tra tasse e altro costa 75mila…». Molti giocatori di A2, anche importanti, scendono in B. Perché? «Intanto, solo nello spot numero 4 (ala-centro, ndr) dalla B in A2 finora ne sono saliti otto. Poi è normale che certi giocatori, magari over 35, vadano a monetizzare su piazze disposte a spendere tanto per salire in A2. Ma non capisco il senso di dare 85mila euro a giocatori a carriera avanzata e poi non basta prendere profili top o presunti tali, ci vuole gente che porti l’acqua. La nostra ultima e vincente esperienza in B dice che si può salire anche in altri modi». Cosa sta succedendo ai piani alti con questi valzer di diritti e di piazze storiche che spariscono oggi con domani, su tutte Brescia vice campione d’Italia uscente e ora, pare, senza diritti o in A2? «Sinceramente non capisco cosa gli americani che stanno arrivando pensano di guadagnare in Italia, paese in cui investire nel basket non porta utile. Sei bravo se chiudi a pareggio. E l’Europa è più vicina al trend italiano che a quello americano. Siamo lontanissimi, il biglietto più popolare per assistere ad una finale Nba costava 11mila euro, impensabile qui. In Italia il titolo sportivo rimane sempre della Fip, non lo possiamo mettere a bilancio come asset patrimoniale. Ovvero, i club spendono tantissimo per mantenerlo e crescerlo di categoria, ma non ne hanno mai la proprietà effettiva. Anche questo aiuta a capire la lontananza tra noi e l’America». Ai play off, Vigevano ha sfondato le tremila presenze alle gare interne. Pensa di mantenere questi livelli anche in serie A2? «Molto dipenderà dai risultati. Se vinci, viene più gente. In A2 siamo stati sempre attorno ai duemila spettatori medi, punteremmo a mantenere stabile questo zoccolo duro e, possibilmente, a crescerlo».
Spaccasassi, atto d’amore verso la Elachem: «Vigevano non si sposta»
L’intervista al presidente della squadra: «Mi hanno chiesto società, squadra e titolo di A2, ma volevano portarli in un’altra città e ho rifiutato subito»









