6 luglio 2026: colui che da molti è stato definito “il più influente filosofo contemporaneo” compie ottant’anni.

Registrato come Peter Albert David Singer, ma conosciuto soltanto come Peter Singer perché è così che da sempre firma i suoi libri, il filosofo e saggista, professore in varie università fino ad approdare a quella di Melbourne, la città in cui è nato, ha sconvolto la visione antropocentrica con un’osservazione tanto semplice quanto difficilmente confutabile - e ancora più difficilmente accettabile per un mondo che da sempre vive imprigionando, sfruttando e uccidendo gli animali -: gli individui di qualunque specie provano dolore fisico e psichico, quindi utilizzare gli animali come fossero oggetti per la sperimentazione scientifica e per alimentarci non ha alcuna giustificazione.

La posizione di Singer si chiama propriamente “antispecismo” (riprendendo il termine “specismo” coniato nel 1970 dallo psicologo Richard Ryder), e attacca l’ultimo pregiudizio discriminatorio, quello, appunto, di specie, considerato dal filosofo alla pari dei pregiudizi basati sul sesso – sessismo – e sulla razza – razzismo –. Dato che, quali siano il nostro sesso, il colore della nostra pelle e la specie animale a cui apparteniamo, soffriamo e gioiamo per gli stessi motivi, e proviamo ugualmente angoscia, paura, noia, attaccamento, sicurezza, senso di abbandono e senso di protezione, dovremmo, anzi, dobbiamo, smettere di provocare sofferenze a chi non può difendersi.