Il calcio mondiale è travolto da una frattura istituzionale e politica senza precedenti, scaturita da quello che avrebbe dovuto essere un ordinario intervento disciplinare in campo.
Al centro della bufera c’è Folarin Balogun, centravanti di riferimento degli Stati Uniti, espulso al 64’ nel sedicesimo di finale dei Mondiali 2026 contro la Bosnia-Erzegovina. Ma il vero epicentro della crisi non è il calciatore, bensì il durissimo braccio di ferro tra UEFA e FIFA, esploso dopo la controversa decisione di quest’ultima di annullare la squalifica automatica.
Il contesto è eccezionale: a seguito di un contatto telefonico diretto tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente della FIFA Gianni Infantino, il comitato disciplinare internazionale ha operato un vero e proprio “ribaltone”. Invocando l’articolo 27 del proprio codice, la FIFA ha comminato la sanzione ma ne ha “congelato” l’esecuzione, ponendo Balogun in un anno di prova e rendendolo di fatto disponibile per l’attesissima sfida a eliminazione diretta contro il Belgio. Non accadeva dal 1962 che a un cartellino rosso in un Mondiale non seguisse la sospensione effettiva per la gara successiva.
La reazione della UEFA è stata immediata e di un’inedita durezza. Con una nota ufficiale Nyon ha definito la mossa della FIFA un verdetto “senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile”, dichiarando che così è stata “superata una linea rossa”. Il cuore dell’affondo europeo va oltre le rimostranze del Belgio, la cui federazione si è detta sbalordita, e investe la stessa architettura del diritto sportivo. Per la UEFA, la sospensione automatica a seguito di espulsione diretta non è una scelta discrezionale, bensì un principio cardine e non negoziabile, inscritto nei regolamenti della competizione. L’accusa ai vertici del calcio mondiale è pesantissima: venendo meno alla certezza e all’uniformità delle norme, chi dovrebbe custodirle mette a rischio “l’integrità del gioco” e la “credibilità della competizione”.










