Il nuovo Othello della Royal Shakespeare Company è una donna, nera e lesbica. È una generale rispettata in un futuro minacciato dal cambiamento climatico e sposa una Desdemona più giovane. La tragedia di Shakespeare viene riletta attraverso la lente della misogynoir, il termine coniato per indicare la specifica forma di misoginia che colpisce le donne nere. A interpretare Othello sarà Sharon D Clarke, vincitrice di tre Olivier Award; la regia è di Monique Touko. Lo spettacolo debutterà a Stratford-upon-Avon il 13 febbraio 2027. Nessuno, fuori dal gruppo di lavoro, lo ha ancora visto. Eppure il giudizio è già pronto: è woke, è l'ennesimo attentato a Shakespeare. Oppure è geniale, coraggioso, necessario.
Del resto, ormai funziona così. Basta annunciare la rivisitazione di un classico in cui un personaggio cambia sesso, colore della pelle o orientamento sessuale e si mette in moto una macchina perfettamente oliata. Da una parte chi denuncia la distruzione della civiltà occidentale; dall'altra chi celebra la scelta come intrinsecamente progressista. Seguono editoriali, tweet, accuse di bigottismo e revisionismo, riferimenti alla cancel culture e, quando la fantasia lo consente, immagini di copertina che ritraggono l'autore di turno con l'aria stanca e sconsolata. Stanchi e sconsolati, francamente, cominciamo a esserlo anche noi. Ma delle polemiche sulle riletture.






