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All’alba del maxi-concerto era già chiaro: pochi cartelli, steward disorientati e il rischio che ogni errore di valutazione sarebbe costato ore di sudore e di fatica. I 250 mila fan di Ultimo, accampati da giorni per riempire la spianata di Tor Vergata, però, speravano che gli incidenti di percorso del giorno prima fossero i disagi tipici di una prova generale. Di quando, per intenderci, c’è ancora modo e tempo per aggiustare il tiro. Eppure sabato, quando orde di persone si sono avvicinate all’area dell’evento, qualche ingranaggio della macchina si è inceppato e la sensazione di spaesamento già sperimentata ha trovato solo conferme. Agli ingressi regnava il caos. Gli addetti ai lavori non sembravano consapevoli della vastità della location e si limitavano a interpretare ciò che era scritto sui biglietti, improvvisando risposte (spesso sbagliate) o ammettendo di essere impreparati. «Dovrebbe essere lì», «La direzione giusta potrebbe essere quella», dicevano, madidi di sudore e di imbarazzo. A dominare era il condizionale, il tempo verbale delle ipotesi e dei dubbi. Peccato che ogni svista di un addetto ai lavori equivaleva ad almeno tre o quattro chilometri persi. E quindi, con lo zaino in spalla e un ventaglio in mano, si ripartiva.