Luigi Pirandello, da profondo conoscitore e sperimentatore anche cinematografico, se le vicende terrene glielo avessero concesso, ha tanto desiderato fino all’ultimo di vedere assegnata la regia del suo film per la Cines, Acciaio (Walter Ruttmann, 1933), invece al geniale e incontenibile cineasta e teorico sovietico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Eppure a Ėjzenštejn piaceva “Pr-andello”, come lo rammenta trentunenne nel 1929, dopo averlo incontrato a Berlino: e lo rievoca nelle sue “Memorie” poi editate, proprio con questo soprannome sferzante che la stampa satirica aveva attribuito senza indugi allo scrittore girgentino in auge collegandolo nella cornice della Marcia su Roma; quindi al “randello” di triste attualità, nientedimeno che iscritto sulla lettera “P” del bastone del personaggio di un atto unico ricavato dalla novella L’imbecille. I dettagli contano, come le parole, specialmente nel caso/caos pirandelliano. E se la letteratura critica e saggistica su Pirandello è sconfinata, ci sono di volta in volta testi che vanno e altri che restano, storicamente a marcarne con precisione certosina alcune evidenze, per non chiamarle “verità”, concetto di per sé controverso e agli antipodi sistematici del pirandellismo.