Pochi giorni dopo il nostro incontro alla Milano Design Week, sir Paul Smith mi fa giungere un video girato nel suo ufficio di Londra, il refugium peccatorum dove tiene accatastati migliaia di oggetti strambi che gli ammiratori inviano da tutto il mondo: “C’è una signora di Milano che mi manda solo sacchettini per la frutta, da aanni”, racconta. I collaboratori la chiamano “stanza del paracetamolo”, perché si entra rilassati e si esce col mal di testa. Lui ci sguazza felice, ogni mattina dalle 7 in punto, dopo la rituale nuotata nel club per gentiluomini vicino casa. Nella prima clip (ne seguiranno altre tre, più alcuni vocali canterini) si vede lo stilista che improvvisa un valzer sotto le note di Ciao Mare, abbracciato a un enorme iPod fucsia mentre un T-rex giocattolo cammina sul tavolo. Balla e canta, dicendo di immaginarsi con “indosso un paio di slip bianchi sulla spiaggia di Rimini”. Il nostro regalo, una musicassetta di Raul Casadei ora a tutto volume, è stato gradito.

L’ultima istantanea insieme non era stata molto diversa: saluti calorosi prima della presentazione della nuova Mini e lui, nel gesto di andarsene, che afferra una poltroncina liberty del Grand Hotel et de Milan sollevandola pericolosamente sulle teste dei camerieri a cui aveva ordinato, scherzando, un hot dog, un tè ai peperoni e due pinte di whisky. A 80 anni da compiere il prossimo 5 luglio e a 50 dalla sua prima sfilata all’Hotel Odéon di Parigi, Paul Smith resta l’uomo che ha scelto di essere: un giullare-sciamano. “Non possiedo un computer né un biglietto da visita”, dice, riappoggiando il maltolto, “ma se l’avessi ci sarebbe scritto così: amministratore delegato della felicità”.