Mark Rothko, “Self-Portrait”, 1936, coll. Christopher Rothko

Nel suo piano di studi all’università di Yale, anni 1921-’23, lo studente Marcus Rothkowitz non aveva inserito nessun corso di storia dell’arte o di arti visive preferendo studiare «general biology». Quindici anni dopo quello studente avrebbe cambiato il nome americanizzandolo in Mark Rothko. Nel frattempo si era convertito senza la minima incertezza alla pittura.

Che significato ha quella scelta fatta da studente diciottenne? Che chiavi di lettura fornisce per la sua straordinaria parabola artistica? Rispondere è l’obiettivo che Riccardo Venturi, storico dell’arte con un curriculum di numerosi studi e pubblicazioni sul grande pittore di Dvinsk, si è posto con il libro – pubblicato in parallelo alla mostra fiorentina di Palazzo Strozzi – Rothko Secondo natura (Electa, pp. 110, e 22,00). La coincidenza è significativa, in quanto la mostra ha puntato il suo focus in particolare sul rapporto tra Rothko e l’arte del passato, con le sue predilezioni per il Beato Angelico freschista e il Michelangelo architetto.

Il giovane Marcus che sceglie di studiare «general biology» in realtà non aveva nessun feeling con la natura, né tanto meno lo avrebbe avuto una volta diventato Mark. Era artista da città, che mal sopportava la campagna, come documentato da una quantità di testimonianze. «There is no landscape in my work», aveva risposto in modo tranchant alla domanda di un intervistatore. Del resto Rothko aveva preso le mosse all’interno di un contesto, quello della Scuola di New York, che aveva un’incompatibilità di fondo con la natura. «Ci dicono che dovremmo tornare alla natura», aveva scritto Adolph Gottlieb, l’artista in quegli anni a lui più vicino, «ma non ci dicono che invece dovremmo andare avanti verso la natura». Tornare significava rifluire nella pittura di paesaggio. Andare avanti, invece, voleva dire affrontare «l’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo quanti siano decisi ad assumersi rischi» (così scrivono Rothko e Gottlieb in una lettera aperta indirizzata nel 1943 a Edward Jewell, il critico del New York Times).