Nulla è lasciato al caso. Fin dalle prime ore del mattino una folla oceanica si raduna in attesa del feretro dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema, assassinato 126 giorni fa. Quando il corteo funebre fa il suo ingresso, la folla si commuove. Il cantore religioso intona il Corano.
Le lacrime si mescolano all’acqua nebulizzata dai sistemi di raffrescamento, mentre milioni di bandiere, foto e slogan sventolano in segno di saluto al leader defunto. Al canto delle elegie e degli inni religiosi segue l’inno nazionale. Poi, in scena, il corpo del leader martire e la sua famiglia nella Grande Moschea tra le persone che si battono il petto in segno di lutto.
L’ATTACCO CONGIUNTO statunitense-israeliano del 28 febbraio, con trenta munizioni di precisione, non si è limitato a colpire il leader: ha travolto anche parte della sua famiglia, tra cui la nipote di appena 14 mesi, Zahra Muhammadi Gulpayagani, la cui piccola bara è diventata uno dei simboli più strazianti della cerimonia.
«La città è stata trasformata in una fortezza – ci racconta Farid – Le strade sono sigillate, i tetti occupati dai cecchini, le unità di sicurezza posizionate a ogni incrocio, per scongiurare disordini». L’ apertura ufficiale si era in realtà già svolta il giorno prima, alla presenza dei vertici dello Stato, delle massime autorità civili e militari e di numerose delegazioni straniere giunte a esprimere cordoglio.











