Il cambio di paradigma nel lavoro passa da produttività e riforme: la linea di Meloni, tra meno sussidi e più investimenti, sta spostando il confronto politico e sindacale verso un approccio pragmatico, ancorato a competitività, crescita e responsabilità. Il commento di Raffaele Bonanni
Il lavoro non si difende più soltanto nei tavoli contrattuali. Oggi il suo destino si decide soprattutto nella competizione tra le grandi potenze, dove energia, innovazione, tecnologie strategiche, Intelligenza artificiale e materie prime sono diventate le vere leve del potere. In questo nuovo scenario la crescita dei salari non dipende più esclusivamente dalla contrattazione, ma dalla capacità di un Paese di aumentare produttività, investimenti e competitività.
È questa la sfida che l’Italia continua a rinviare. Da anni la Banca d’Italia e l’Ocse documentano la stessa anomalia: le retribuzioni reali ristagnano perché ristagna la produttività. L’inflazione provocata da pandemia e guerre ha soltanto aggravato un problema nato molto prima. Le cause sono note: riforme incompiute, ritardi nella formazione, insufficienza degli investimenti, debolezza della politica industriale e costi energetici tra i più elevati d’Europa.








