Giusto 50 anni fa, Bjorn Borg vinse il suo primo Wimbledon. Ne avrebbe conquistati altri quattro, inanellando una serie positiva di 41 incontri, cui pose termine John McEnroe, superandolo nella finale del 1981. Nessuno credeva che avrebbe potuto adattare la regolarità di terraiolo, il rovescio bimane mutuato dall’hockey e il podismo muscolare alle esigenze dell’erba, quando le racchette di legno imponevano di non deflettere dal serve and volley. Invece, il testardo svedese potenziò il servizio e si munì di un elementare slice di rovescio per scendere a rete, dove una volée appena scolastica bastava a beneficiare degli sfuggenti rimbalzi dei prati.

Era evidentemente destino che Borg sconvolgesse le sacre leggi del tennis. Era già successo tre anni prima, al semplice apparire sui court londinesi, quando – si potrebbe azzardare – aveva innescato una rivoluzione sociale e culturale, introducendo negli austeri recinti dei Championships il corpo, il look e la sensualità adolescenziali. Aveva appena 17 anni, i lunghi capelli biondi da rock-star e attirava legioni di ragazzine eccitate. Era già accaduto ai Beatles, e prima di loro a Elvis Presley e Frank Sinatra, ma niente del genere si era mai visto per un giovanotto che praticava lo sport della compassata nobiltà britannica. La stampa coniò termini come “borgmania” e “borgasm”, interpretando alla luce del già noto fenomeno dell’idolo pop giovanile le urla, i baci e la caccia all’autografo che lo accompagnavano ovunque.