VALDOBBIADENE (TREVISO) - Quel colpo da mortaio di produzione austriaca era l'unico ordigno che avesse ancora all'interno della polvere da sparo. Il 56enne Attilio Frare ci stava lavorando, tentando di separarne i componenti senza innescare l'ogiva, proprio per poterselo tenere, in sicurezza: l'avrebbe reso inerte, come aveva fatto con tutti gli altri reperti recuperati sul greto del Piave.

Gli artificieri dell'Arma hanno esaminato e catalogato ogni oggetto ritrovato all'interno del magazzino di Guia e hanno dato il via libera. Con l'aiuto dell'associazione Ugo Cerletti, dovranno redigere un rapporto da consegnare alla Procura, che nel frattempo ha definito il caso chiuso. La famiglia ha deciso di celebrare quanto prima il funerale di Attilio: si terrà questo pomeriggio alle 14.30 nella chiesa parrocchiale di Guia. IL SOPRALLUOGO Giovedì sera il nucleo artificieri di Padova, reparto specializzato dei carabinieri, ha terminato di esaminare il magazzino nel quale - il giorno prima - il cinquantaseienne è stato mortalmente ferito dall'esplosione del reperto che stava cercando di rendere innocuo. Hanno dovuto ispezionare uno a uno gli oggetti simili, senza rinvenire altri ordigni attivi. Sugli scaffali del magazzino c'erano proiettili di ogni calibro o dimensione, ma nessuno che potesse effettivamente generare un'esplosione. Gli investigatori avevano già compreso esaminando il profilo della vittima che non si trattava di un recuperante alle prime armi: Attilio se ne intendeva e non custodiva altre bombe inesplose. Forse per questo motivo, anche dopo la notizia di un secondo magazzino di proprietà del collezionista, le autorità non hanno ritenuto necessaria un'evacuazione della zona. Nel secondo locale indicato dalla compagna del defunto, come spiegano i carabinieri del comando provinciale, non è stato trovato nulla che avesse attinenza con quanto accaduto: nessuna bomba, insomma. Il personale specializzato negli esplosivi, nei prossimi giorni, redigerà un documento che sarà sottoposto al magistrato per la chiusura definitiva dell'inchiesta.Sul caso di Attilio Frare, insomma, l'autorità giudiziaria non ritiene di svolgere altri accertamenti. Vorrebbero saperne di più, invece, gli appassionati di storia militare che con lui discutevano a lungo di questi argomenti. «Attilio aveva quest'abitudine - raccontano degli amici, - di ringraziare gli ordigni intatti: si rivolgeva direttamente a loro e diceva "Grazie che non sei esplosa"». Come spiegano altri recuperanti, i colpi da mortaio sono tra i più delicati perché il loro sistema di innesco funziona a percussione: sono cioè progettati per esplodere all'impatto. Dopo oltre un secolo, l'alterazione dei meccanismi interni può rendere l'ogiva estremamente instabile e capace di detonare anche senza un urto violento. Sebbene esistano tecniche specifiche utilizzate dall'Esercito per disattivare questo genere di spolette, in genere in casi di ordigni così vecchi si opta per la detonazione controllata. E ora c'è da chiedersi se a distanza di oltre un secolo, sulle pagine dedicate ai bilanci della Prima guerra mondiale, il numero di vittime civili aumenterà di un'unità. IL RICORDO Tra due giorni sarebbe stato il suo compleanno, invece i familiari, la compagna Maria Jose, i cugini, i parenti e tutti gli amici, si troveranno questo pomeriggio a dargli l'addio. L'appuntamento è alle 14.30 alla chiesa di Guia: ci si aspetta la presenza di tanti altri appassionati, tra cui l'associazione Valdostorica, che lui stesso aveva contribuito ad arricchire di conoscenza. Imbianchino per tanti anni, figlio unico e senza figli, conviveva da undici anni con la compagna e si dedicava a. Dopo il funerale si proseguirà con la cremazione. L'ultimo desiderio di Attilio Frare, scelto per lui dalla compagna, è quello di devolvere eventuali donazioni all'asilo parrocchiale di Guia. I familiari poi dovranno ragionare anche sul suo lascito, ovvero sui tanti reperti collezionati: l'ipotesi poteva essere quella di donarli a un museo più grande, come il MeVe, il museo di Caorera, quello di Alano o quello di Vittorio Veneto. Secondo i suoi amici, invece, Attilio avrebbe voluto che i suoi reperti componessero un piccolo museo specifico della Grande Guerra, da custodire gelosamente dietro una teca e da mostrare alla comunità di Valdobbiadene, ovvero quella per la quale l'aveva costruito.