Genova – «Pensiamo che là sotto ci sia una persona e ci hanno detto che dovrebbe essere una bimba. I nostri strumenti dicono che sì, in effetti è lì, immobile e non c’erano speranze, lo sapevamo. S’intravede il suo corpo sotto le macere, solleviamo ancora qualcosa e lei compare insieme alla nonna che l’abbraccia, le si fa intorno, la avvolge proprio. Eppure quando le tiriamo fuori, gli occhi chiusi e i volti imbiancati, i familiari quasi ci ringraziano: in quest’orrore alcuni di loro hanno vissuto un momento di pace e sollievo e riconciliazione almeno davanti al corpo, a quei corpi che sono anche i loro». Paolo Filippetti, quarant’anni, funzionario dei vigili del fuoco di Genova, è appena rientrato dal Venezuela, dov’è stato impegnato insieme ad altri soccorritori italiani nelle primissime fasi dell’emergenza post-terremoto. Com’eravate organizzati lì? «Il mio compito e quello delle figure come la mia era in primis organizzare nel miglior modo possibile le forze, di qualunque tipo fossero. I volontari che scavavano e scavano a mani nude sono innumerevoli, il rischio è disperdere le loro energie, in assenza di mezzi adeguati. Il mio gruppo è stato destinato nell’area Nord di Caracas, La Guaira (città di 40 mila abitanti a una ventina di chilometri dalla capitale, di cui rappresenta una sorta di proiezione sulla costa, ndr). E la prima cosa che mi ha sbalordito è stato il modo in cui sono collassati certi palazzi, i piani uno sull’altro». Ci spieghi meglio. «Una parte del nostro lavoro si è svolto in una zona altamente residenziale, con edifici molto alti, all’interno dei quali erano ricavati anche appartamenti costosi, per lo standard di chi vive qui. Si sono accartocciati come fossero di carta, mentre la collina davanti è stata parzialmente risparmiata dalle scosse. Era e resta un’immagine impressionante, indelebile, come tutte quelle fissate durante i nostri soccorsi». Proviamo a descriverle? «Moltissime delle persone che abbiamo cercato, e trovato, non erano più vive e questo noi lo dobbiamo mettere in conto, quando ci muoviamo in situazioni del genere. Però il Venezuela per me ha rappresentato un intervento particolarissimo. Mi era capitato di lavorare all’Aquila (il terremoto avvenne nel 2009, ndr), in un contesto completamente diverso, un centro storico con edifici relativamente bassi e in mattoni. E sopratutto, dal nostro punto di vista, la sensazione di poter essere subito sul campo, mentre qui abbiamo affrontato un viaggio intercontinentale. E ti senti come se il tempo che sta trascorrendo durante la traversata ti stesse sfuggendo di mano, anche se sai bene che là ci son altri soccorritori». Torniamo ai momenti in cui eravate impegnati nello scavo. «Ho incrociato con sorpresa e commozione lo sguardo di persone alle quali si è aperto il cuore, soltanto perché potevano tornare in possesso d’un braccialetto. Sapevano che sarebbe stato impossibile estrarre vivo quel familiare eppure i loro occhi si ammorbidivano davanti a un oggetto, magari un braccialetto che sapevano essere distintivo d’una vittima, un oggetto cui chi non c’è più aveva sempre tenuto in maniera particolare. Ritrovare il corpo permette a tutti di non precipitare nell’indeterminatezza assoluta, il peggiore dei supplizi. Ci siamo spesso trovati in una situazione paradossale, che si fatica a descrivere». Quale? «Noi soccorritori che con scoramento, in alcuni frangenti dopo aver pensato di scavare con successo per trovare qualcuno in vita, ci rivolgiamo a una mamma, a una moglie o a un fratello per dire che no, non ce l’abbiamo fatta, non c’è stato tempo sufficiente per salvare quella vita. E loro che ci guardano senza manifestare rabbia o risentimento, ancorché comprensibili. Era tale il desiderio di creare qualche spiraglio tra le macerie che abbiamo avuto una sensazione costante di collaborazione sebbene la situazione fosse drammatica». Ma è stato davvero sempre così, in questi giorni? «È stato spesso così, non sempre. Sono tornato da poche ore, il fuso orario scombussola un po’ ma non potrò fare a meno di pensare continuamente al terremoto nei prossimi giorni, di cercare notizie su quel che sta accadendo. E c’è una voce, un episodio che non riesco a togliermi dalla testa, fra i tanti che ritornano quando non te lo aspetti». Di cosa s tratta? «Penso alla mia squadra che scava sotto un palazzo, in mezzo ai poliziotti e ai soldati, mobilitati per evitare disordini. È una situazione più tesa del solito e c’è una donna, avrà sui trent’anni, che vuole rimanere vicinissima al luogo delle ricerche. Lei sa che suo papà non può essere sopravvissuto, noi le diciamo di stare lontano prima di tirarlo fuori, che chiameremo un altro per fare il riconoscimento. Lei non accetta e nel momento più drammatico inizia a urlare in un modo diverso dagli altri, che non si riesce a descrivere: batte i pugni sul furgone, si dimena finché non sviene. E non si può rimuovere, un momento del genere».