«Abbiamo censito tutto il dolore che il boia avrebbe potuto prelevare da ogni lembo del nostro corpo; poi, col cuore in gola, ci siamo mossi e si è fatto fronte»: sono i versi del poeta e partigiano antifascista francese René Char che soltanto pochi giorni fa Anubi D’Avossa Lussurgiu, scomparso ieri mattina all’improvviso, aveva condiviso sulla sua pagina Instagram e che sono quindi tragicamente diventati le parole del suo commiato. Racchiudono la contraddizione tra la finitezza dei corpi e dell’esistenza materiale e le smisurate aspirazioni delle lotte per la liberazione. Questa strettoia ha avvolto fino all’ultimo l’esistenza di Anubi, il quale con tenacia ha provato a sfidare ogni vincolo esistenziale e ogni limite, senza badare mai a se stesso pur di proiettarsi verso il mondo, le sue possibilità e le sue contraddizioni.

Per parte di madre era discendente di un alto graduato dell’esercito. Gli era stato dato il nome di un dio egizio che doveva suonare come una bestemmia nel calendario delle feste comandate e delle famiglie tradizionali. Ci sono tante vite nella sua storia terminata troppo presto, all’alba torrida in un palazzo occupato del Tuscolano strappato alla speculazione edilizia e alla rendita. L’elenco è certamente parziale: come il personaggio iperbolico e poetico di un romanzo d’appendice, Anubi è stato leader della Pantera e intellettuale raffinato, enfant prodige nei collettivi e giornalista talentuoso, dirigente politico e attivista di base, uomo di partito (in Rifondazione comunista) e protagonista nei movimenti (dall’Università ai disobbedienti), agitatore culturale e lavoratore nei musei, sostenitore della forza costituente e poi assertore della vitalismo destituente delle lotte. Per alcuni pm era persino un eversore: venne accusato, in base ad una perizia telefonica, di essere stato l’autore della rivendicazione dell’attentato dinamitardo (ma l’ordigno rimase inesploso per un difetto di innesco) firmato dai Nuclei comunisti combattenti nel 1992 alla sede romana di Confindustria. Ne uscì completamente scagionato.