Una danza sul tempo, sugli anni che sono scorsi nei corpi, sul vivere che ha lasciato sui volti i suoi segni, i suoi solchi, i suoi affondi lucidi o opachi nella memoria. Undici uomini in abito nero, camicia bianca, tutti hanno più di sessant’anni. La prima volta che li vediamo si tengono per mano, camminano in lontananza, su un crinale, frontali allo sguardo del pubblico. Dietro a loro, sullo sfondo, c’è un cielo chiaro annuvolato, colpito anch’esso dal vento che fruscia mentre si infiltra tra le giacche e i passi e i bassi sterpi di una scura riva. Nel sibilo dell’aria emergono voci e parole, dediche a figli, fratelli, a singoli uomini, a donne con nome e cognome, ad amici, a sé stessi. Si apre così The Sea, lungometraggio in bianco e nero del regista, performer e artista americano Douglas Rosenberg, un’opera che dà corpo a un immaginario emblematico in cui, tra solitudini e maschile fratellanza, riluce la sfaccettatura di un passaggio fondamentale della vita quale è l’invecchiamento. Un tema che trova voce nella relazione dell’essere umano con la natura di un luogo fortemente legato alla storia del cinema: l’isola di Fårö in Svezia dove Ingmar Bergman visse e girò molti dei suoi maggiori film. quoteUn immaginario emblematico e visionario sul tema dell’invecchiamento
«The Sea», la danza del tempo scava su corpi e sentimenti | il manifesto
(Visioni) Una danza sul tempo, sugli anni che sono scorsi nei corpi, sul vivere che ha lasciato sui volti i suoi segni, i suoi solchi, i suoi affondi lucidi o opachi nella memoria. Undici uomini in abito nero, camicia bianca, tutti hanno più di sessant’anni. La prima volta che li vediamo si tengono per mano, camminano






