Corrispondenti di varie testate europee vengono a Napoli per visitare la città. La giornalista Daniela D’Antonio chiede a Marino Niola: «Spiegaglielo tu che cos’è Napoli». Mumble-mumble: la D’Antonio è moglie e «suggeritrice» del regista Paolo Sorrentino, la cui poetica ruota attorno a Partenope. Perché, allora, viene invitato come guida Niola? Perché è antropologo e napoletano, in grado di «spiegare» la città, entrare nelle sue parentesi, ascoltare i sussurri che covano nella sua storia. Dall’invito della D’Antonio nasce La Capitale dell’anima (Raffaello Cortina editore, 2026), rêve che recita un mantra: «Napoli si riconosce ma non si conosce». Fra quelle invisibili di Calvino è una città fuori catalogo. Come è possibile dire «è questo» (riconoscere) di ciò che è ignoto? Misteri. Sì, proprio quelli di Eleusi.

La capitale dell’anima è all’avanguardia in vari settori: quantistica, genetica, medicina, robotica, ma il suo popolo ha un ancestrale rapporto con Demetra. Non si tratta di un «rottame» culturale ma di un atteggiamento di fondo nei confronti dell’essere, il Sein zum Tode, percepito dai napoletani come spinta all’autenticità. Durante il suo cammino Niola è seguito dai viaggiatori del Gran Tour e ritrova nel cuore (il ri-cordare) personaggi che sono diventati emblemi di Partenope insieme con altri poco noti, sui quali si concentra l’interesse del lettore: Thomas Belmonte, p.es., allievo di Margaret Mead, che soggiornò a Napoli, nei «bassi», documentando il modus vivendi partenopeo, o come Giuseppe Navarra, il camorrista che, dopo la guerra, ebbe in consegna dal Vaticano il tesoro di San Gennaro riconsegnandolo senza che mancasse uno spillo.