Sono bastate due settimane, il tempo di far cadere il blocco navale nello stretto di Hormuz, per permettere all'Iran di rimettere in circolo 50 milioni di barili di greggio e incassare circa 3,5 miliardi di dollari, ai prezzi correnti. A consentire a Teheran di tornare sui mercati non è stato di per sé il memorandum d'intesa firmato con gli Stati Uniti, bensì la deroga di 60 giorni con cui il dipartimento del Tesoro americano ha autorizzato, fino al 21 agosto, la produzione e la vendita di petrolio iraniano, permettendo per la prima volta dopo anni di farsi pagare anche in dollari. Fino a maggio, sotto il peso dell'embargo, l'export iraniano era crollato a poco più di 200mila barili al giorno. Da quando lo stop è finito, l'Iran lo ha riportato a 3,4 milioni di barili al giorno, il doppio del livello prebellico. Lo conferma anche il prezzo del Brent, sceso fino a 71,96 dollari. Sulla carta un ritorno rapido. Peccato che quei barili, una volta caricati, non sempre trovino un porto.

Al primo luglio, secondo i dati della società di tracciamento Vortexa rielaborati da Bloomberg, oltre 58 milioni di barili di greggio e condensato iraniano si trovavano in mare davanti alle coste iraniane e lungo la rotta verso l'Asia, senza una destinazione o un compratore definito. Più del 90% delle petroliere segnalava "in attesa di ordini" o Singapore come prossimo scalo, un'indicazione tipica di trasbordi da nave a nave nello Stretto di Malacca, la rotta usata per aggirare i controlli. Secondo Kpler, oltre 20 milioni di barili sono fermi nelle acque asiatiche da almeno sette giorni, il 18% in più rispetto alla settimana precedente.