Mentre Pd e Anpi gridano alla deriva democratica per l’ipotesi Meloni al Colle, l’ultimo segretario del Pci ricorda che il Quirinale non è proprietà della sinistra: “Noi comunisti votammo Cossiga e Scalfaro”

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Per trovare una voce di sinistra disposta ad ammettere che un esponente di destra possa salire al Quirinale senza provocare il crollo della democrazia bisogna tornare indietro. Parecchio indietro. Fino all’ultimo segretario del Partito comunista italiano. Achille Occhetto è infatti uno dei pochi, pochissimi, ad avere mantenuto la calma mentre dalle parti del campo progressista è partita l’ennesima sirena dell’allarme democratico. “Un presidente della Repubblica di destra non è uno scandalo”, ha spiegato l’uomo della Bolognina in un’intervista al Foglio.Una frase che, considerando il dibattito politico di questi giorni, suona quasi rivoluzionaria. Non perché contenga chissà quale ardimentosa teoria costituzionale, ma perché a sinistra la sola ipotesi di vedere Giorgia Meloni o un’altra personalità proveniente dal centrodestra al Quirinale ha provocato un cortocircuito collettivo. È bastato che il presidente del Consiglio auspicasse un capo dello Stato non riconducibile al centrosinistra perché l’Anpi parlasse di cultura politica “faziosa e totalitaria” e di “deriva antidemocratica”. Senza dimenticare gli attacchi di Matteo Renzi, le preoccupazioni del Pd e le consuete profezie sulla concentrazione autoritaria dei poteri. Come se il centrodestra potesse vincere le elezioni e governare, ma dovesse chiedere il permesso prima di affacciarsi dalle parti del Colle.Occhetto, invece, non si indigna. “Non mi scandalizza affatto pensare a un capo dello stato dell’altra parte”, la sua sottolineatura. Sembra un’ovvietà. Evidentemente non lo è più. L’ex leader comunista respinge anche l’idea che un presidente di destra rappresenterebbe automaticamente un controsenso istituzionale: “Non è così. Noi del Pci non abbiamo mai chiesto un presidente della Repubblica di sinistra. Piuttosto, abbiamo sempre votato e fatto votare presidenti che fossero garanzia”. Parole che dovrebbero essere recapitate agli eredi politici del Pci, oggi impegnati a spiegare che un candidato proveniente dal centrodestra sarebbe inevitabilmente “di parte”, mentre un candidato vicino alla sinistra diventerebbe, quasi per investitura divina, patrimonio comune della nazione.Occhetto ricorda fatti e precedenti, non suggestioni: “Io posso solo dire che, quand’ero segretario del partito – il Pds – ho lavorato, insieme a Marco Pannella, per eleggere presidente Oscar Luigi Scalfaro. Tutt’altro che di sinistra, comprenderà”. E non finisce qui: “E mi preme ricordare, ancora, che furono i comunisti a votare presidente della Repubblica Francesco Cossiga”. Dunque i comunisti potevano sostenere Cossiga e Scalfaro senza sentirsi complici di una deriva reazionaria, mentre oggi la sola possibilità che il prossimo presidente possa provenire dal centrodestra viene descritta come una minaccia all’ordine costituzionale. Più che un’evoluzione sembra un’involuzione.Il ragionamento dell’ex segretario del Pci è elementare: la storia politica di un candidato non determina automaticamente il modo in cui svolgerà il ruolo di garante. “Lo dico perché nel sistema democratico italiano si è sempre cercato un presidente di garanzia con il concorso di tutti. Ed è per questo che trovo sbagliato che all’inquilino del Quirinale si pensi in termini dualistici: destra o sinistra”.Occhetto non si è improvvisamente convertito al melonismo. Anzi. Le sue critiche al governo, al premierato e alle radici politiche della destra restano pesanti. Il punto sul quale concentra le proprie preoccupazioni non è però l’appartenenza politica del futuro capo dello Stato, bensì il possibile effetto della nuova legge elettorale: “Ecco, qui è il nodo critico perché il discorso, oggi, viene fatto nel contesto di una riforma elettorale sbagliata. Una legge per la quale il presidente della Repubblica verrà eletto insieme al presidente del Consiglio”.Occhetto teme che il premio di maggioranza possa consegnare alla coalizione vincente i numeri necessari per determinare anche l’elezione al Quirinale. “Pensi soltanto che la forza che dovesse guadagnare quel tipo di premio farebbe saltare decine e decine di anni di consuetudine della Repubblica italiana. Il problema non è da quale parte provenga il capo dello stato. Semmai, il fatto che il presidente della Repubblica seguirebbe il presidente del Consiglio”.La distinzione è decisiva. E pare ormai quasi scomparsa dal dibattito pubblico. Una cosa è contestare una legge elettorale, denunciarne gli squilibri o temere che una maggioranza possa controllare contemporaneamente governo, Parlamento e Quirinale. Un’altra è sostenere che la provenienza dal centrodestra renda una persona ontologicamente incompatibile con la presidenza della Repubblica. Sul punto Occhetto è perentorio: “Sbaglia chi si indigna, in senso assoluto, per la parola ‘destra’. La prima carica dello stato dovrebbe fuggire certe categorie”.