Una 15enne destinata a un matrimonio combinato, una situazione culturale in cui i diritti e i desideri delle figlie contano poco o nulla, un clima familiare in cui il possesso della femmina passa dal padre al marito; e infine l’ipotesi di uccidersi per non essere rinchiusa in questo destino. Non è un un feuilleton del 1800 o una tragedia greca, è quanto è successo nei giorni scorsi nel Salento. La ragazzina, di cui non sono stati divulgati né il nome né la località, è stata sottratta ai genitori che ne avevano programmato la partenza per un matrimonio combinato con un uomo adulto nel loro paese d’origine, il Pakistan. È stata la scuola a accorgersene, grazie alle confidenze disperate della promessa sposa bambina, e una magistrata della procura dei minori di Lecce ad agire. Alle compagne, agli insegnanti, agli investigatori la ragazzina ha raccontato che il padre la obbligava a indossare il burka a scuola, a non socializzare con i compagni di sesso maschile e che aveva previsto per lei l’interruzione degli studi perché potesse dedicarsi alla nuova famiglia forzata.

Questo mondo e questa cultura, che ci sembrano così distanti dai nostri, in realtà sono più vicini di quanto crediamo. Nei decenni scorsi le donne erano considerate inferiori agli uomini nelle prassi e perfino nelle leggi: fino a ottant’anni non avevano neanche il diritto di votare; fino a sessant’anni fa non potevano accedere alle professioni superiori, come la magistratura; fino a quarant’anni fa erano di fatto costrette al matrimonio riparatore in seguito a una violenza sessuale. Sembra un’era geologica fa. Invece è ieri. Con grande fatica le nostre nonne e le nostre madri si sono emancipate, e una parte fondamentale in questa emancipazione lo ha avuto l’obbligo scolastico. L’istruzione è stata una leva di progresso e la scuola è stata una palestra di parità: il luogo più sicuro per ragazzine che volevano crescere, unico contraltare a famiglie spesso patriarcali e arretrate.