Egregio direttore, finalmente qualcuno si è deciso anche in Italia ad affrontare l'immigrazione come merita. Basta buonismi e buoni sentimenti. La risposta giusta all'invasione, culturale e religiosa, che abbiamo subito e stiamo subendo è la reimmigrazione. Lei cosa ne pensa? R.S. PadovaLa risposta del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti
Caro lettore, forse per miei limiti culturali, non ho capito esattamente cosa significhi e in cosa consista, almeno per chi la propone, la reimmigrazione. Soprattutto non mi è chiaro come e in base a quali criteri i loro sostenitori intendano realizzarla. Faccio alcune semplici domande: quali e quanti stranieri dovrebbero essere reimmigrati, cioè riportati a forza nel paese di provenienza? Ho sentito qualcuno parlare di cifre e di soglie di presenze: se in un certo territorio gli stranieri superano una determinata soglia, basta, gli altri se ne devono andare. Come se fosse semplice e possibile cacciare da un giorno o da un mese all'altro persone che magari vivono e lavorano lì da anni. Un'altra possibile risposta è: qualsiasi straniero che abbia commesso un reato in Italia va reimpatriato. Giusto: ma, per esempio, basterà una sentenza di primo grado, che come noto non equivale a una condanna definitiva, a rendere possibile il rempatrio? E' facile immaginare la mole di ricorsi che, solo per questo motivo, pioverà su tanti provvedimenti di reimmigrazione, vanificandone nella realtà l'effetto. Inoltre: come si potranno riportare nei loro paesi d'origine cittadini stranieri provenienti da nazioni, e sono molte, con cui l'Italia non ha accordi bilaterali per il loro rimpatrio? Non vorrei essere frainteso: comprendo perfettamente perchè in Italia e in altri paesi si parli di reimmigrazione e perchè molte persone subiscano il fascino di questa parola d'ordine. E' il risultato di una politica, alimentata da tanta parte della sinistra e non solo, che ha sempre anteposto i diritti dei migranti e la loro tutela ad altri diritti, primo fra tutti la sicurezza. Che ha confuso l'integrazione e l'accoglienza con le porte aperte a chiunque. Che si è alimentata di slogan pseudo-solidaristici e che ha ignorato o scelto di non preoccuparsi delle tensioni sociali e religiose che l'afflusso non regolato e non gestito di migliaia di persone provenienti da altri paesi e da altre culture avrebbe determinato, in particolare nelle aree più disagiate delle nostre comunità. Il consenso alla reimmigrazione è una reazione a tutto questo. Ma nella sostanza stiamo parlando di una parola d'ordine vuota e priva di contenuti reali. Nulla più che uno slogan. Da contrapporre ad altri slogan. Ma l'immigrazione non si gestisce con gli slogan. Purtroppo non l'abbiamo ancora capito.










