Il clima che accoglie la Nazionale è surreale, privo di quella ferocia agonistica che aveva spinto la squadra fino a quel momento
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Il 3 luglio 1990 lo stadio San Paolo di Napoli è teatro di un episodio unico nella storia dei Mondiali, perché la geopolitica dei sentimenti prevale sulla logica sportiva. Dopo il cammino trionfale e protetto dello stadio Olimpico di Roma, l'Italia di Azeglio Vicini trasloca nella tana di Maradona per la semifinale contro l'Argentina. Il fuoriclasse del Napoli, con straordinario fiuto comunicativo, accende la miccia nei giorni di vigilia, ricordando ai napoletani l'emarginazione sociale ed economica della città, esortandoli a non farsi strumentalizzare dal sentimento nazionale solo per una partita di calcio. La provocazione fa breccia. Il clima che accoglie la Nazionale è surreale, privo di quella ferocia agonistica che aveva spinto la squadra fino a quel momento. Sul campo, l'atmosfera ovattata anestetizza gli azzurri: al gol iniziale del solito Schillaci, risponde Caniggia nella ripresa, sfruttando un'uscita a vuoto di Zenga per firmare l'1-1.
Ai calci di rigore, il destino si compie nel modo più teatrale: Maradona calcia il suo nel silenzio quasi religioso di un tempio che non riesce a fischiarlo, prima che gli errori di Donadoni e Serena sanciscano l'eliminazione italiana e la fine traumatica delle Notti Magiche.









