C’è qualcosa di magnetico nelle storie che sembrano sfuggire alla luce. Forse è per questo che stasera in piazza del Popolo, quello con Leo Turrini nel Philoshow di Popsophia dedicato a Lucio Battisti promette di essere un momento speciale. In un’edizione che ha per tema Lo specchio di Narciso, portare al centro un artista che ha scelto di sottrarsi allo sguardo nel momento di massimo splendore appare quasi una provocazione. Eppure, nel caso di Battisti, l’assenza non è un vuoto: è una forma di presenza amplificata, un mistero che continua a generare fascino. Turrini, giornalista che a quel mistero ha dedicato un libro – Lucio Battisti, vita mito, storie – prova a raccontarlo.
Battisti è un personaggio difficile da raccontare perché ha sempre evitato di spiegarsi. Lei come lo ha raccontato?
"Io ho vissuto Lucio come chi era bambino-adolescente-giovane negli anni dei suoi grandissimi successi. Ho cercato di raccontarlo come simbolo di più generazioni, ma anche come sintomo di un’Italia, quella post68; un ‘Italia che sognava di cambiare".
Identità, visibilità, ossessione per l’immagine, per gli artisti sembrano essere oggi le cose più importanti. Come mai invece Battisti nel momento di maggior successo ha scelto di sparire?








