Prima ancora delle passerelle, dei profumi e delle folle col telefono alzato, Louis Vuitton era una faccenda di bauli: scatole intelligenti per chi partiva, contenitori di destino con maniglie, serrature e una certa idea aristocratica dell’ansia. Nel 1858 il baule piatto rese il viaggio più ordinato, impilabile come un pensiero ben vestito; nel 1897 Georges Vuitton lo adattò all’automobile, intuendo che il Novecento sarebbe arrivato su ruote e non avrebbe avuto pazienza. Ora la Maison riporta quella genealogia sulla strada con la Dolomites Classic Run 2026, da Venezia a Monza, tra auto d’epoca, musei, Dolomiti Unesco e Formula 1. Ne parliamo con Pietro Beccari, chiamato a spiegare se oggi il lusso corre verso il futuro o parcheggia, con grazia, davanti alla nostalgia.

Perché riportare Louis Vuitton sulle strade delle auto storiche?

"È un ritorno alle origini, più che una novità. Quando sono tornato in Louis Vuitton, nel 2023, mi sono accorto che mancavano alcuni capitoli della nostra storia. Uno era l’America’s Cup, che abbiamo riportato anche in Italia, a Napoli. L’altro era il legame con le automobili. Io arrivai in Vuitton nel 2006 e ricordo un evento a Praga, dopo Budapest e Vienna, con auto antiche e concorso d’eleganza. Era uno degli appuntamenti più attesi della Maison: un anno la Coppa, un anno le auto storiche. Riprenderlo oggi significa riallacciare un filo già vivo".