All’inizio i servizi digitali costano poco perché devono diventare un’abitudine. È successo con Netflix, con Spotify, con lo spazio cloud: aggrediscono il mercato con un prezzo chiaro e decisamente più conveniente rispetto al servizio offerto. Poi, quando milioni di persone hanno imparato a usare quel servizio ogni giorno, le aziende cambiano strategia. Il piano base resta, ma vale meno. Le funzioni migliori finiscono nei piani più cari. Chi usa poco resta vicino al prezzo d’ingresso. Chi vuole di più paga di più.

L’intelligenza artificiale ci ha intrappolato nello stesso meccanismo. L’abbonamento da circa venti euro al mese è servito a farci considerare normale chiedere a una macchina di scrivere una mail, riassumere un testo, spiegare un concetto o correggere un errore. Quella fase finirà prima o poi, ma non subito. La prossima sarà più cara e più frammentata. Non pagheremo semplicemente l’accesso, ma in base a quanto la useremo e soprattutto quanto lavoro le chiederemo di fare.

Un film su Netflix costa alla piattaforma più o meno lo stesso anche se lo guardano milioni di persone. Una risposta di ChatGPT, Claude o Gemini, invece, deve essere creata da zero ogni volta. Per farlo servono enormi centri pieni di server. Una domanda semplice costa poco. Una richiesta più pesante, come analizzare molte pagine, correggere codice, creare un video o seguire un compito in più passaggi, consuma più potenza. Per questo il prezzo dell’IA assomiglia meno a un normale abbonamento digitale e più a una bolletta infilata dentro un’app.