Il mio trattato sull’abolizione delle differenze anagrafiche passa per la venticinquesima pagina di Repubblica di ieri, arriva a un cartellone nella stazione Waterloo della metropolitana di Londra, ma parte da trentanove anni fa: dalla mia unica transenna.

Cos’è la transenna ormai lo sanno tutti, perché i giornali parlano dei concerti con la voluttà con cui quarant’anni fa parlavano del pentapartito: si adattano al pubblico che hanno – e che un pubblico che voleva sentir parlare di Spadolini fosse migliore di quello che sarebbe venuto poi non l’avremmo detto mai, noi che eravamo gli adolescenti che sarebbero divenuti il pubblico del secolo successivo.

La transenna delimita la folla vociante sotto a un palco, fa sì che non saltino addosso al loro beniamino, permette agli uomini della sicurezza di tenere la situazione sotto controllo. L’unica volta che sono stata alla transenna – cioè: in prima fila – avevo quattordici anni.

I Duran Duran suonavano a Modena, il più sfortunato dei genitori ci aveva dovute accompagnare, me e le mie compagne di classe, e sarebbe venuto a prenderci alla fine (oggi entrerebbero con le quattordicenni e saprebbero a memoria tutte le canzoni; i nostri, ultima generazione di genitori adulti, i Duran non li distinguevano dagli Spandau). Eravamo in prima fila, ci eravamo arrivate sgomitando, ma io mi scocciavo. Mai stata abbastanza fan di nessuno da stare scomoda, e poi ero mitomane: ero convinta che a John (il bassista, quello che tutte ci volevamo sdraiare tranne la tizia che diventò famosa per aver scritto “Sposerò Simon Le Bon” e che fu presa per rappresentativa di tutte noi: un falso storico) sarebbe bastato vedermi, per lasciare la più bella delle belle.