<p>La riforma del Tuf (in vigore da fine aprile) si è posta obiettivi ambiziosi: favorire l'accesso al capitale di rischio, rendere le imprese più attrattive per gli investitori internazionali, aumentare la competitività del mercato azionario italiano, semplificare e razionalizzare la disciplina degli emittenti.</p><p>È plausibile che la riforma centri tali obiettivi?

Il tema è analizzato in un nostro studio presentato il 30 giugno da Fin-Gov (il Centro ricerche finanziarie sulla corporate governance dell'Università Cattolica).

La ricerca analizza in particolare: gli incentivi alle nuove quotazioni e al delisting generati dalla riforma e la facoltà – offerta alle pmi già quotate – di optare su base volontaria per il regime normativo degli «emittenti di nuova quotazione».</p><p>Per raggiungere gli obiettivi indicati dal legislatore è cruciale l'equilibrio tra snellimento delle regole (che favorisce gli azionisti di controllo) e mantenimento di un robusto set di presidi a tutela degli investitori.

La ricerca verifica sul campo l'equilibrio delle nuove norme, nonché la loro coerenza ed efficacia.</p><p>La riforma appare squilibrata a favore dei soci di controllo e non offre agli investitori (internazionali e non) sufficienti tutele.