Ci sono giornalisti che raccontano le notizie. E poi ci sono giornalisti che, con il passare degli anni, finiscono per assomigliare al modo in cui hanno scelto di raccontarle, come Manuela Moreno. Non perché abbia costruito un personaggio, ma perché ha lasciato che fosse il mestiere a modellare lentamente il suo sguardo. Uno sguardo che non cerca mai di occupare la scena, ma di attraversarla con discrezione, lasciando sempre che siano i fatti a parlare prima delle persone che li raccontano. In oltre trent’anni di Rai ha visto cambiare il linguaggio della televisione, il ritmo dell’informazione e perfino il significato della parola ‘notizia’. Ha attraversato guerre, terrorismo, cronaca, politica, emergenze internazionali e grandi eventi senza mai cedere alla tentazione di trasformare se stessa nel centro del racconto. Mentre il giornalismo televisivo diventava sempre più veloce, più rumoroso e, spesso, più autoreferenziale, Manuela Moreno ha continuato a difendere un principio che oggi appare quasi controcorrente: rallentare per verificare, ascoltare prima di parlare, mettere la notizia davanti all’ego. Eppure sarebbe un errore ridurre Manuela Moreno al solo rigore professionale. Dietro quella disciplina si intravede una donna che continua a convivere con lo stupore della ragazza entrata precaria a via Teulada nel 1992, capace ancora oggi di emozionarsi davanti ai corridoi della Rai perché, prima di essere un luogo di lavoro, rappresentano una storia collettiva alla quale sente di appartenere. È forse questo il tratto più sorprendente della conversazione: la consapevolezza di aver sacrificato molto di sé al mestiere senza viverlo come una rinuncia, ma come una scelta libera, quasi naturale. Non c’è nostalgia nelle sue parole, né il desiderio di riscrivere il passato. C’è piuttosto la serenità di chi considera perfino gli errori parte del proprio patrimonio umano. Oggi quella stessa esperienza approda alla guida de La Vita in Diretta Estate, un programma che affianca alla cronaca le storie delle persone comuni e che le chiede una vicinanza diversa rispetto a quella del telegiornale. Ma anche qui Manuela Moreno rifiuta le scorciatoie dell’emozione esibita. Per lei l’empatia non consiste nel condividere pubblicamente il dolore di chi ha davanti, bensì nel provare a lasciare quella persona in una condizione migliore di come l’ha incontrata. È un’idea di servizio pubblico che ha poco a che fare con la retorica e molto con il senso concreto della responsabilità. Nel corso dell’intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Manuela Moreno emerge il ritratto di una professionista che diffida della perfezione, sorride delle critiche quando sono intelligenti, continua a mettersi in discussione e conserva una fiducia quasi ostinata nel futuro del giornalismo e nelle nuove generazioni. Forse perché, in fondo, non ha mai smesso di sentirsi quella ragazza che camminava nei corridoi della Rai con gli occhi pieni di meraviglia. E probabilmente è proprio questa capacità di restare curiosa, più ancora dell’esperienza accumulata, il motivo per cui il suo modo di raccontare il mondo continua a sembrare autentico.
Manuela Moreno, l’intervista alla giornalista: “Detesto la perfezione, mi metto continuamente in discussione“
Alla guida di 'La Vita in Diretta Estate', Manueka Moreno si racconta tra disciplina, errori, social e servizio pubblico









