Il 2 luglio del 1976 moriva nella sua città Caterina Marcenaro che, sempre a Genova, era nata nel 1906. Ricorre dunque oggi, nell’anno del suo 120° genetliaco, il cinquantenario dalla sua scomparsa. Ben vengano gli anniversari allora, se si tratta di ricordare una figura cardine della cultura del secondo Novecento. Antifascista, apertamente schierata per la Resistenza, storica dell’arte, tra le prime donne alla direzione di importanti musei, Marcenaro ha a lungo dominato la scena culturale genovese, dandole una risonanza internazionale. A lei, a Caterina, si deve la creazione del sistema dei musei civici di Genova, oggi patrimonio Unesco. A lei, a Caterina, si deve anche qualcosa di più: una nuova visione della città. Di Genova. Nell’Italia del dopoguerra c’erano da sanare profonde ferite, da ricostruire, da Genova a Verona, da Milano a Palermo alcuni tra i musei e palazzi più importanti del paese. La sfida era enorme e fu raccolta da una generazione di donne e di uomini all’epoca quarantenni, che avevano vissuto sulla propria pelle il significato della falsificazione culturale imposta da un regime dittatoriale che aveva portato il paese alla guerra. “Gli amici comuni e io abbiamo vissuto vicende molto pesanti”, scrive in una lettera Marcenaro, “alcuni se ne sono andati, beati loro, altri sono rimasti, ma mutati e dispersi. Io son sola, dal ’45 per la perdita della Mamma”. Già orfana a soli due anni del padre, è grazie al fratello Mario che, lavorando nell’edilizia fin da poco più che bambino, Caterina può studiare, laureandosi a Genova, facendo poi il perfezionamento in storia dell’arte a Roma, alla Sapienza. Morta anche la madre, emigrato il fratello con cui senza che se ne conosca la ragione perde i contatti, Caterina non ha più nessun legame famigliare. A lungo i suoi due nipoti, Pietro e Andrea, non sapranno neppure di avere, a Genova, una zia. «Quando ne scoprii l’esistenza - racconta Pietro Marcenaro - era il 1966 e avevo diciannove anni. Andai subito a bussare a Palazzo Rosso, facendo in tempo a organizzare la riconciliazione tra mio padre, al tempo già malato, e la sorella». In quei decenni zia Caterina aveva già profondamente cambiato il volto della città, di Genova.