La clausola sartoriale del leader del Movimento
Stefano Giordano
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C’è un genere letterario tutto italiano, fatto di lettere ai presidenti delle Camere scritte nello stile della supplica e tradotte nella sostanza del rinvio. L’ultimo capitolo lo firma Giuseppe Conte: scrive a La Russa e Fontana annunciando la disponibilità a farsi audire dalla Commissione Covid, ma vi cuce dentro una clausola sartoriale. Le dimissioni arriveranno solo “immediatamente prima dell’audizione”, e Fontana dovrà farsi “garante sin d’ora” del “tempestivo reinsediamento” a esame concluso. Non si dimette: si concede un congedo, con posto riservato al ritorno.
La questione non è se Conte abbia qualcosa da spiegare sull’appalto da 1,25 miliardi per le mascherine cinesi. Il nodo è che indossa due ruoli che reggono male insieme: possibile testimone su scelte di Palazzo Chigi, e componente della Commissione chiamata a valutarle. Un conflitto virtuale, certo. Ma chi siede in una commissione d’inchiesta acquisisce prove, ascolta testimoni, valuta condotte: è un giudice altrettanto virtuale. E al giudice l’imparzialità non basta proclamarla, va indossata come una toga che non si toglie a metà seduta. Vassalli lo aveva scritto meglio di tutti: il processo non regge se le parti non sono equidistanti dal giudicante. Non sarebbe, peraltro, la prima volta che nel Movimento le dimissioni preventive, nelle commissioni che contano, si rivelano un esercizio complicato.












