C'è un comparto che, lontano dai riflettori delle grandi quotazioni di Piazza Affari, continua a macinare crescite a doppia cifra mentre buona parte dell'economia europea arranca. È quello degli integratori alimentari, costola più dinamica di ciò che gli analisti chiamano ormai wellness economy: l'economia del benessere che ha trovato nella nutraceutica una delle sue espressioni più redditizie. Il solo mercato mondiale degli integratori è atteso passare da circa 195 miliardi di dollari del 2024 a oltre 326 miliardi nel 2030, con un tasso di crescita annuo composto vicino al 9%. Numeri che, per chi guarda ai consumi con occhio da investitore, raccontano un trend strutturale più che una moda passeggera. Un comparto da record che attira gli investitori In Italia il fenomeno assume contorni da primato. Il giro d'affari del settore, secondo le stime dell'Area Studi Mediobanca, è destinato a sfiorare i 5 miliardi di euro nel 2025, dopo essere cresciuto in media dell'8,2% l'anno nell'ultimo decennio. Le proiezioni di più lungo periodo parlano di un balzo verso i 7,5 miliardi entro il 2030. Numeri che spiegano perché fondi di private equity e gruppi industriali (dal farmaceutico al cosmetico, fino al food) abbiano moltiplicato acquisizioni e investimenti su un'industria che, dato tutt'altro che marginale, esprime una redditività (con una marginalità sull'ebitda intorno al 14,6%) superiore a quella della stessa industria farmaceutica. A rendere il comparto appetibile per chi legge i bilanci è anche l'allargamento del perimetro merceologico. L'offerta non si limita più alle vitamine da banco: spazia dalla prevenzione quotidiana alla nutrizione sportiva, dal sonno alla salute cognitiva, fino alla cosiddetta longevità. In questo scenario emergono operatori che presidiano l'intera catena del consumatore, dal cliente attento al benessere all'atleta della domenica. È il caso, tra i marchi affermatisi in Europa con un modello di vendita diretta, di realtà come Nutripure, che ha costruito il proprio posizionamento attorno a una gamma di integratori alimentari per la salute e lo sport, intercettando una domanda trasversale che il canale tradizionale della farmacia copre solo in parte. Una segmentazione che, sul piano industriale, allarga il bacino di clientela e rende i ricavi meno dipendenti da un singolo sbocco distributivo. L'Italia, capitale europea dell'integratore Il primato italiano non è un dettaglio statistico. Il nostro Paese rappresenta da solo tra il 26% e il 29% del valore dell'intero mercato europeo degli integratori, davanti a Germania (attorno al 19%) e Francia (9%). Una leadership costruita su una filiera matura, con oltre 240 aziende riunite nell'associazione Integratori & Salute (confluita in Unione Italiana Food, Confindustria), e su una marcata propensione all'innovazione, che si traduce in numeri di sistema rilevanti. Secondo le rilevazioni di settore, il comparto ha contribuito a generare circa 4,6 miliardi di euro di Pil e oltre un miliardo di gettito fiscale, con un export pari a quasi il 19% del valore della produzione. Per ogni milione di euro di vendite al dettaglio, stima la filiera, si attivano 1,13 milioni di Pil e quasi 13 occupati equivalenti: un moltiplicatore che pochi segmenti del largo consumo possono vantare. La distribuzione resta saldamente ancorata alla farmacia, che pesa per quasi l'80% delle vendite, ma è proprio sul fronte digitale e diretto che si gioca la partita della crescita futura, là dove i marchi nativi online comprimono la catena del valore e dialogano senza intermediari con il consumatore finale. I motori della corsa: invecchiamento, prevenzione e sport Dietro l'espansione del settore ci sono driver strutturali, non un effetto moda destinato a esaurirsi. Gli analisti ne individuano principalmente tre: L'invecchiamento della popolazione, che amplia la platea interessata a integrazione mirata e prevenzione, in un Paese tra i più longevi al mondo e con una spesa sanitaria pubblica sotto pressione. La cultura della prevenzione, che sposta quote di spesa dalla cura alla salute: gli integratori, ricorda la filiera, possono ridurre il ricorso al farmaco e alleggerire indirettamente i conti del Servizio sanitario nazionale. Il boom dello sport amatoriale e del fitness, che ha portato la nutrizione sportiva (proteine, aminoacidi, sali minerali) fuori dalle palestre e dentro le abitudini di milioni di praticanti occasionali. Quest'ultimo fronte è quello su cui Milano Finanza ha più volte richiamato l'attenzione, raccontando come la "scienza della performance" sia diventata un terreno di business: dalla tecnologia indossabile agli integratori, l'ottimizzazione del corpo è ormai un mercato a sé. Il consumatore, peraltro, si muove con prudenza: oltre l'82% degli italiani dichiara di seguire le indicazioni di un medico o di un farmacista, segnale di una domanda matura e fidelizzata, poco esposta agli acquisti d'impulso. È la combinazione di queste tre spinte a dare al comparto un profilo di crescita relativamente difensivo, capace di tenere anche quando il clima sui consumi si fa incerto. Tra opportunità di crescita e nodi regolatori Non mancano le incognite. Il principale terreno di confronto è quello normativo: la cornice europea sui claim salutistici resta stringente e l'evoluzione delle regole su dosaggi, etichettatura e pubblicità può ridisegnare gli equilibri competitivi e penalizzare chi non investe in ricerca e conformità. A ciò si aggiungono la pressione sui costi delle materie prime e una concorrenza sempre più globale, con l'ingresso aggressivo di piattaforme e marchi digitali pronti a erodere quote sul canale e-commerce. Per gli investitori, tuttavia, i fondamentali restano solidi: domanda anelastica, marginalità elevate e una frammentazione dell'offerta che lascia ampio spazio a operazioni di consolidamento e aggregazione. In un'epoca in cui la salute è percepita come il vero lusso, il business del benessere si candida a restare una delle storie di crescita più interessanti, e meno cicliche, del panorama dei consumi. Una scommessa che, numeri alla mano, ha già superato la fase della moda per entrare in quella, ben più rassicurante per chi investe, della maturità industriale.