In una fase in cui l’Intelligenza artificiale entra nei processi clinici, la sfida non è sostituire il medico ma liberarlo dal peso burocratico, restituendo tempo alla relazione con il paziente. La riflessione del ministro della Salute Orazio Schillaci

C’è un’immagine che continua a tornare alla mente. Un medico davanti allo schermo, la schiena voltata al paziente. Non è una metafora: è la fotografia di troppi ambulatori, anche italiani. La visita, quella vera, si è assottigliata sotto il peso della burocrazia e di sistemi informatici pensati per la rendicontazione più che per la relazione. Abbiamo costruito macchine straordinarie per diagnosticare i corpi. Abbiamo rischiato di perdere, strada facendo, il tempo di stare con le persone.

La letteratura clinica internazionale documenta con precisione il costo umano di questa deriva. Nei sistemi sanitari che hanno spinto di più sulla produttività, i professionisti interrompono il racconto del paziente mediamente dopo diciotto secondi. Il burnout tra i clinici ha raggiunto proporzioni che la stessa Organizzazione mondiale della sanità definisce sistemiche, con effetti diretti sulla qualità delle cure. Non è un problema di dedizione individuale: è la conseguenza di un’organizzazione che ha chiesto ai professionisti di vedere sempre più pazienti, sempre più in fretta. È una delle ragioni per cui stiamo investendo sulla medicina territoriale, sulle case di comunità, su un modello che redistribuisca il carico e restituisca ai medici il tempo per fare davvero il loro mestiere.