di

Paolo Condò

Il centravanti del Bayern e della Nazionale inglese ha toccato ieri la quota irreale di 72 gol in una stagione (e probabilmente non è finita qui)

Wonderwall cantata a squarciagola da nazionale e curva inglesi è un’immagine che ci lascia una scia di invidia simile alla Viking Row, la contagiosa coreografia con la quale i norvegesi hanno già conquistato il mondo. Sono questi momenti di totale sintonia popolare, di fusione orgogliosa tra una squadra e il suo popolo, il portato più prezioso di un Mondiale di calcio, ed è esattamente questo che abbiamo perso restando un’altra volta a casa, l’occasione di medicare per un’estate il clima litigioso del Paese. Il famoso Pil che cresce quando un Mondiale va bene non è altro che il dividendo dell’entusiasmo.

Abbassando la nostra invidia al livello tecnico, il recital di ieri di Harry Kane viene dopo quello di Kylian Mbappé, che seguiva quello di Leo Messi, e da Haaland a Saibari non mancano altri nobili iscritti alla corsa al Pallone d’oro. Tra Kane e Thomas Tuchel non c’è stata una scenetta di plateale vicinanza come quella che abbiamo visto fra Mbappé e Deschamps, ma non c’è dubbio che le discusse scelte di Tuchel in sede di convocazioni avessero come stella polare la presenza del centravanti del Bayern, che ieri ha toccato la quota irreale di 72 gol in stagione. L’Inghilterra si è presa una gran paura con il Congo, magistrale nel primo quarto — sì, le pause di metà tempo cambiano spesso il verso della partita — resiliente nel secondo e nel terzo, ma crollato nel quarto sotto la spinta di Rice, di Bellingham, dei cambi e infine della sentenza Kane. Ma la capacità di resistere all’angoscia del tempo che passa, e gettarsi dietro le spalle le grandi occasioni fallite (molte, e che portiere Mpasi), è propria delle squadre vere. Delle nazionali che giocano come un club, si usa dire in questi frangenti, e non è un caso che Tuchel, assieme ovviamente a Carlo Ancelotti, sia un vincitore di Champions League che sta cercando la corona di un M0ndiale.