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Questa è una città che un giorno ti regala speranze e l'altro ti preoccupa. La sera vai a dormire pensando al sogno napoletano di Emanuele Palumbo in arte Geolier e la mattina ti svegli con le immagini di piazza Montesanto, pistole e kalashnikov in diretta Tiktok, manco fosse una preview di GTA6.
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Se ti va, condividi sui social le puntate di TUFO o chiedi alle persone di iscriversi. Emanuele Palumbo in arte Geolier Molti anni fa, a Pescara, durante un concerto, un tizio urlò a Pino Daniele: «Impara a parlare!». Lui rispose a bruciapelo: «Beh, l’importante è sapè sunà». In quegli stessi anni dicevano di Massimo Troisi che per fare l’attore avrebbe dovuto imparare a recitare in italiano altrimenti oltre Caserta non si sarebbe capito niente. Quando Troisi morì e il suo ultimo film fu candidato agli Oscar, Roberto Benigni scrisse una poesia in suo onore: "Non si capisce!” urlavano sicuri “Questo Troisi se ne resti al Sud!" Adesso lo capiscono i canguri, gli Indiani e i miliardari di Hollywood! Potrei citarti altri dieci esempi del genere ma penso tu abbia capito il paraustiello. Per cui, quando oggi si parla di Geolier e ascolto questioni del genere smetto proprio di argomentare. Mi sottraggo. Mi alzo e me ne vado. Perché vedi, sarebbe altrimenti vana la lezione di Pino, di Massimo e prima di loro di Eduardo De Filippo che pure qualche folle, decenni fa, etichettava come «regionale» poiché i suoi personaggi parlavano in napoletano. A questo punto avremo una percentuale di persone che starà pensando: «ma guarda a chist che mi paragona Troisi e Daniele a sto ragazzo che sta su un palco senza farmi capire niente!». Ma se sei in un posto in cui tanti, tutti, comprendono un linguaggio e tu no, non è che forse sei tu a doverti adattare, a dover tentare di capire? È incredibile come questa neo-dialettalità non venga compresa per quella che è: non una riproduzione del dialetto tradizionale, ma una sua ricodifica all'interno dei linguaggi della cultura pop e dell'hip hop. Il napoletano, ancora una volta, si conferma una risorsa espressiva contemporanea, duttile, assorbente. La lingua della mia terra assorbe e restituisce, come la pietra di tufo da cui tutto sorge e che tutto scava. Tengo un’altra cosa da dire. Negli anni Cinquanta don Lorenzo Milani, il parroco della Scuola di Barbiana per insegnare le lingue straniere faceva ascoltare dischi agli studenti campagnoli. Poi li spediva all’estero a imparare, con la pratica. Era, lo raccontavano i ragazzi nelle lettere al priore, un’esperienza traumatica. Ma quale miglior modo per imparare una lingua, se non averne esigenza estrema? Se non ti sai spiegare non mangi, non lavori, non ti muovi, non capisci. Quando però lo fai, quando ti sei calato in un mondo, quando ti metti in posizione d'ascolto vivi ciò di cui parli e ciò che ascolti, beh, allora davvero puoi dire di star dentro a qualcosa. Uso questo esempio estremo perché Geolier ha deciso una cosa che generazioni di napoletani, compresa la mia, hanno immaginato, anzi sognato. Per anni abbiamo pensato di dover fare ciò che uno dei mostri sacri del political rap napoletano, Luca Persico "Zulù", frontman della 99 Posse, canta in un feat con Jovine nella canzone "Napulitan": «Trasformare tutto il mondo in una grande Napoli / il principale prodotto d’esportazione italiano». Emanuele Geolier di anni ventisei sovverte questo ragionamento: non più portare Napoli nel resto d’Italia ma portare l'Italia a Napoli. Fino a qualche anno fa la realizzazione massima per gli artisti nostrani di buone speranze era riempire gli stadi del Paese e poi tornare trionfatori a Napoli. E invece lui farà una settimana di concerti allo stadio Maradona nel 2027. Qui e in nessun altro posto d'Italia, chi vorrà ascoltarlo dovrà scendere a Napoli. Qui, nell'anno della Coppa America di Vela, della «Grande Occasione». Non sono un creaturo, so che «money, it's a gas» da molto prima di Geolier. È business? Sicuramente. Ma nella mia testa risuonano le strofe di «Un ricco e un povero» mentre migliaia di persone cantano all’unisono: Comme faje quando figlieto chiagne? Comme faje quando nun'appare niente ‘int'ô fine ‘e semmana E c'hê prumesso a figlieto ca sabbato l"esse purtato ô mare? Forse non è solo questione d'affari. Geolier non è la risposta di Napoli. È la domanda. È la domanda, costante, che ci facciamo. Cosa sta cambiando? Ce la stiamo facendo? O ci stiamo solo illudendo? PS: ci sono molti termini napoletani che forse non hai compreso. Qui non troverai traduzione. Il perché lo capirai nella citazione d'autore, alla fine. La città che ribolle Abbiamo misurato la temperatura delle strade. Ovviamente sono di fuoco. Napoli è stata progettata, intendo le nuove piazze, le nuove strade, totalmente grigia e senza speranze di ripari dal sole. Una scelta insulsa, indubbiamente. Detto ciò, non saranno solo gli alberi a salvarci dal cambiamento climatico in atto, ahimé. De Magistris non augura più di cagarsi addosso Giusto dieci anni fa, Luigi De Magistris, allora sindaco di Napoli, in un comizio augurò all'allora premier Matteo Renzi di farsela addosso una volta arrivato a Napoli. Io e Antonio Musella l'abbiamo intervistato di recente (stiamo facendo queste interviste lunghe, un'ora circa, vengono bene, o meglio noi siamo soddisfatti). Se la volete vedere su Youtube è qui. Personalmente ho trovato un Dema molto più pacato, sempre battagliero ma più riflessivo. Comunicativamente resta potentissimo. Ci divertiremo alle prossime Amministrative a Napoli. Ah, e di quella storia con Renzi ora ha una percezione del tutto diversa… «Se capisci va bene o sinò te futte» Pino Daniele, dalla canzone "Viento ‘e terra"










