«Una donna, un lavoro, un conto corrente». È un programma essenziale quello dell’alleanza promossa dal Corriere per promuovere equità e crescita, due fattori che — ormai dovremmo averlo capito — vanno avanti a braccetto. Siamo partiti in punta di piedi a fine 2024. Ora il progetto può contare sul supporto di Confindustria, Confcommercio, Federmeccanica, Federchimica, Assotelecomunicazioni. E delle rappresentanze del mondo bancario: Abi e Federcasse. Anche Cgil, Cisl e Uil sono appena salite a bordo. D’altra parte il mondo della produzione — imprese e lavoratori — lo sanno: senza le donne l’Italia resta inchiodata a una crescita dello «zero virgola».
Partiamo dal lavoro. Molto c’è ancora da fare perché la libertà di lavorare per le donne sia nei fatti e non solo scritta sulla carta. Oggi 47 donne su cento non lavorano. Le 53 che lavorano hanno paghe orarie in media più basse del 17,4% nel settore privato. Inoltre, sono più spesso nelle condizioni di doversi adattare a contratti a termine e part time involontario. Siamo a un bivio: o mettiamo a disposizione nidi, tempo pieno a scuola, sgravi per gli aiuti domestici e un’organizzazione del lavoro più flessibile a misura di persone con carichi familiari, o si torna indietro. Il rischio di tornare indietro è forte. Basta vedere il moltiplicarsi sui social delle giovani influencer che propongono il modello della «mantenuta realizzata»: non lavoro perché il mio compagno mi mantiene e io sono felice di dedicare a lui tutto il mio tempo. Troppo facile liquidare questi post come semplici provocazioni per attirare l’attenzione sul web.






