I dati macroeconomici pubblicati ieri dall’Istat per il primo trimestre del 2026 sono stati, a prima vista, un segnale positivo. E infatti le fanfare a destra hanno iniziato subito a intonare «Meno male che Giorgia Meloni] c’è». Il reddito nominale delle famiglie cresce del +1,6% e, complice un’inflazione che pur rimanendo strutturale ha arrestato la sua corsa stabilizzandosi al 3%, il potere d’acquisto reale dei cittadini segna un incremento dello +0,8%.

Tutto bene? Non basta vedere il segno «+» accanto al numeretto come ha fatto, ad esempio, il ministro dell’impresa Adolfo Urso. Il problema sta in un altro dato comunicato dall’Istat: la pressione fiscale è salita al 37,6%, registrando un incremento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Va inoltre ricordato che l’anno scorso la pressione fiscale è arrivata al record del 43,1%. Dunque, il dato sta in questa tendenza.

Ci si trova di fronte a un caso da manuale di drenaggio fiscale (fiscal drag), un meccanismo asimmetrico che si è già fatto sentire sotto il governo Meloni. Si rischia cioè di trasformare la parziale boccata d’ossigeno per i lavoratori in un prelievo automatico a beneficio dei conti dello Stato, sterilizzando gli effetti positivi della dinamica salariale prima ancora che possa tradursi in consumi stabili.