Creme beauty con esosomi, con NAD+, sieri che agiscono con la rivoluzione dell'epigenetica e così via. Siamo ai trattamenti beauty per la longevità di pelle e capelli ma anche di fronte ad una evidente lacuna di credibilità nel modo in cui viene comunicata la bellezza in chiave 'longevity', tanto che dopo il green washing, cioè le strategie di marketing ingannevoli in tema di sostenibilità ambientale priva di azioni concrete, è la volta della 'longenity washing'. E l'intelligenza artificiale o gli influencer non aiutano nel destreggiarsi e dare fiducia ai messaggi e ai marchi. Si parla tanto di trattamenti per la longevità ma cosa significa davvero? La domanda/conclusione è di diversi progetti di ricerca della School of graduate studies cosmetics and fragrance marketing and management del Fit, il Fashion Institute of Technology, di New York. Numerose ricerche a livello globale e il risultato di sondaggi condotti su oltre 1.600 consumatori di prodotti di bellezza statunitensi rivelano un paradosso inaspettato: il mercato beauty della longevità è diventato enorme, spuntano di continuo nuovi prodotti e slogan che ci dicono come le semplici creme e sieri antirughe siano superati e soppiantati da trattamenti che puntano alla longevità con approccio globale (proteggono il 'capitale cellulare', prevengono i danni e mantengono la pelle vitale nel tempo anche attraverso la biotecnologia e perfino con l'epigenetica) ma al contempo il campo è 'profondamente stanco e scettico' dicono gli autori dell'indagine. "Inondare le descrizioni dei prodotti con termini come NAD+, esosomi o epigenetica si sta rivelando controproducente. Solo il 14% ritiene credibile questo vocabolario specialistico, mentre il 32% lo liquida immediatamente come mero espediente di marketing", segnalano gli autori. E poi c'è lo zampino dell'AI, che perde credibilità quando ci supporta nello shopping di ritrovati longevity: "L'85% del campione si dice 'sopraffatto' da questo genere di messaggi durante lo shopping online, il 21% sperimenta 'ansia' e la causa principale, indicata dal 50%, è l'eccesso di nuovi prodotti. Il 56% dei consumatori afferma inoltre che i marchi di bellezza spiegano la scienza dell'invecchiamento in modo poco chiaro o non la spiegano affatto; solo il 12% dei consumatori dichiara che viene spiegata "in modo molto chiaro", - si legge nel report, presentato i giorni scorsi all'Haft theatre dell'istituto di Manhattan, oltre che in diretta streaming e ripreso anche da diversi media americani. A questo scetticismo segue che 'i consumatori credono 14 volte di più ai dermatologi e agli esperti in questo settore invece che alle spiegazioni dell'intelligenza artificiale, Il 59% delle persone ritiene che le opinioni più sincere sul mondo beauty si trovino di persona o all'interno di piccoli gruppi privati, contro il 12% che le trova sui canali gestiti dai brand e un altro 12% sulle grandi piattaforme social'. Il 91% del campione esclude l'AI e gli influencer dalle principali fonti di fiducia, mentre medici e scienziati godono di un vantaggio di fiducia di 16 a 1 rispetto ai creator su questo fronte. "Per rimanere credibili, i marchi devono andare oltre il "longevity-washing" , dicono gli autori.