Lo scaffale
Mario Lavia
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«Come per i social media, anche la televisione sta costruendo bolle di consenso: ciascun programma ha il proprio pubblico, con i suoi eroi e i suoi nemici. Anche chi si sposta da un talk all’altro lo fa non per cercare verità, ma per rafforzare la propria fede. L’informazione, dunque, non è più un servizio pubblico, ma un’arena. E nell’arena non vince chi ha ragione, ma chi strepita di più». Parole sante. La cosa bella è che a scriverle è un giornalista che vive dentro la tv (piace citare l’ottimo “Omnibus” su La7, uno dei pochi talk decenti), cioè Andrea Pennacchioli. Lui ha scritto questo libro molto utile, “Verosimile – Perché non sai più distinguere i fatti dalle bugie (e non è colpa tua”, prefazione di Enrico Mentana (Paesi edizioni), perché mette insieme gli aspetti essenziali della crisi dell’informazione.
Crisi? Forse è un termine blando. Cos’è vero e cos’è falso, nel mondo di oggi? Questa è l’era della verosimiglianza, una condizione che confina paurosamente con quella della Grande Manipolazione. E non solo l’informazione è ferita a morte in quest’epoca di social e fake news. È la politica che è rotolata nella rete della post-verità, parola che sta a identificare «un contesto in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza nel plasmare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni, alle credenze personali e alle narrazioni soggettive. In politica, la post-verità descrive un ambiente in cui la verità fattuale è subordinata a percezioni, sentimenti e strategie comunicative». Siamo, se non alla morte, certamente all’agonia della politica, dunque, assetata dall’ansia dell’apparire e dalle pratiche della menzogna.







