di Csaba dalla Zorza

A causa dell’aspettativa sociale che schiaccia, l’ambizione nelle donne è sempre stato oggetto di imbarazzo e di autocensura. Ma la protagonista dell’ultimo romanzo di Csaba dalla Zorza dimostra che l’età può portare con sé nuovi desideri. E che questi possono abitare persino dentro la cucina

Ci sono storie che invitano a scavare dentro di noi e quella di Adele è una di queste. Nello scrivere questo romanzo (Io sono Adele, Marsilio, 2026) ho voluto partire da un’affermazione, che è anche un messaggio: non è mai troppo tardi per ricominciare. Non esiste, oggi, un’età oltre la quale non valga più la pena desiderare il meglio per sé. Sono partita da una considerazione: esiste un punto nella vita di una donna che spesso non coincide con l’aspettativa sociale e porta a una rottura. Non si tratta di un fallimento, ma del momento in cui capiamo che il nostro carico mentale ed emotivo è diventato, per qualche ragione, insostenibile. Ciò che prima alimentava le nostre giornate non può più essere e affinché si possa andare avanti ci dobbiamo fermare, anche se sembra impossibile, ma dobbiamo affrontare il male della transizione cambiando la nostra vita. Il punto di rottura spesso è generato dal desiderio: quella spinta profonda che nasce da una mancanza e ci chiede di cercare ciò che riteniamo possa renderci felici. Per molto tempo alle ragazze è stato detto che si dovevano accontentare di ciò che sarebbe stato loro dato: un marito, dei figli, una casa. La carriera, l’indipendenza economica, il sesso, erano tre ambiti riservati agli uomini.