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Nella legge di conversione del cosiddetto “decreto primo maggio”, all’articolo 10, c’è una norma assai favorevole per i lavoratori dipendenti e allo stesso tempo complicata da applicare per le aziende: prevede che queste debbano aumentare gli stipendi dei lavoratori per adeguarli parzialmente all’inflazione, qualora sia scaduto il loro contratto nazionale di riferimento.

È una misura passata abbastanza sotto traccia rispetto alle altre della legge, che tra le altre cose introduce gli ennesimi bonus sulle assunzioni. Ma ha effetti potenziali importanti, perché in Italia tantissimi dipendenti lavorano con contratti di categoria scaduti.

Sono i cosiddetti Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro, anche conosciuti con l’acronimo CCNL. In Italia questi contratti regolano la quasi totalità del lavoro dipendente. Ce n’è uno per ogni categoria, per esempio commercio, metalmeccanici, giornalisti, addetti del turismo, e definiscono le regole di base del rapporto di lavoro: orari, diritti e doveri del dipendente, e soprattutto i minimi di stipendio per ogni livello di carriera, con i cosiddetti minimi tabellari.

I CCNL sono negoziati periodicamente dai sindacati nazionali e dalle associazioni dei datori di lavoro di riferimento, come per esempio Confindustria o Confcommercio. Hanno una durata definita, di solito di tre anni, e quando si avvicina la scadenza sindacati e associazioni datoriali devono rinegoziare le nuove condizioni. Sono queste le occasioni in cui i sindacati cercano di spuntare retribuzioni più alte: in Italia i rinnovi dei CCNL sono il percorso principale con cui aumentano gli stipendi.