Novanta miliardi di euro all'Ucraina, approvati in due tranche tra febbraio e aprile. Il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Un vertice a Cipro con Zelensky per parlare di adesione. E intanto, sul fronte mediorientale, l'operazione militare israelo-americana contro l'Iran che ha chiuso lo stretto di Hormuz e fatto impennare i prezzi dell'energia. È il contesto instabile in cui Verian Belgium — l'istituto di ricerca che gestisce le rilevazioni per conto del Parlamento europeo — ha raccolto, tra il 9 aprile e il 4 maggio, le risposte di 26.421 cittadini per l'Eurobarometro di primavera, lo strumento con cui l'Ue monitora dal 1973 percezioni, priorità e aspettative dei cittadini. Mentre il mondo va a rotoli, gli europei si stringono a Bruxelles e smettono di guardare a Washington come bussola.Solo il 14 per cento pensa che gli Stati Uniti vadano nella direzione giusta, otto punti in meno rispetto a novembre. Il 76 per cento dice il contrario, undici punti in più: il salto più ampio registrato in tutto il sondaggio, su qualsiasi indicatore. Il dato matura nelle stesse settimane in cui il segretario generale della Nato Mark Rutte vola a Washington per parlare di burden sharing con l'Amministrazione Trump, tornando con "prospettive divergenti" su alcuni dossier di difesa, come li definisce con cautela diplomatica lo stesso Eurobarometro. In altre parole, gli alleati europei non trovano più scontato l'accordo su chi paga cosa, e quanto.La reazione, però, non è un ripiegamento nazionale. In contrasto con l'86 per cento di pessimismo sul mondo in generale e soprattutto con il crollo di fiducia verso Washington, il 75 per cento degli europei considera l'Unione un luogo di stabilità in un mondo turbolento, otto punti più di sei mesi fa, il balzo più rapido mai registrato su questo indicatore. Il 90 per cento vuole stati membri più uniti di fronte alle sfide globali attuali. Il 90 per cento chiede che l'Ue promuova il rispetto del diritto internazionale da parte di tutti i paesi. Il 73 per cento pensa che l'Unione abbia bisogno di più mezzi per affrontare queste sfide. Numeri quasi plebiscitari, e stabili rispetto all'autunno, che dimostrano come il consenso su questi temi sia ormai strutturale. Vale la pena però guardarlo anche con un minimo di sospetto, questo abbraccio collettivo a Bruxelles. È il classico effetto "rally 'round the flag": più il mondo esterno appare minaccioso, più un'istituzione percepita come rifugio raccoglie consenso, a prescindere dal merito delle sue politiche. Successe durante la pandemia, sta succedendo ora con Trump, Hormuz e la guerra in Ucraina. Un consenso costruito sulla paura del fuori, più che sull'adesione convinta al progetto europeo, è friabile per definizione: può sgonfiarsi non appena la minaccia percepita si allenta, lasciando all'Unione il compito di conquistare, con i fatti, la fiducia che per ora le arriva solo per mancanza di alternative. Anche un consenso nato per reazione resta un'occasione, se si riesce a consolidarlo.Il quadro si complica, in ogni caso, se si scende sotto la media Eu27. Il 68 per cento degli europei vuole che il ruolo dell'Unione nel proteggere i cittadini da crisi globali e rischi di sicurezza cresca in futuro. Ma i valori più bassi non arrivano dai paesi lontani dal fronte: arrivano da Polonia (44 per cento), Austria (45) e Repubblica Ceca (46), tre paesi geograficamente esposti alla guerra russo-ucraina. Insomma, i paesi più vicini alla guerra non sono automaticamente quelli più pronti a cedere altra sovranità a Bruxelles. Un'anomalia che può essere fatica bellica (tre anni e mezzo di mobilitazione consumano il consenso). Può essere il sospetto, diffuso soprattutto a Varsavia, che "più Ue" significhi meno margine di manovra nazionale proprio sui dossier più sensibili, immigrazione e difesa dei confini. Oppure, semplicemente, la sensazione di aver già fatto la propria parte, e di aspettarsi che tocchi ora agli altri. Specularmente, la Romania è il paese meno convinto della necessità di maggiore unità tra stati membri (79 per cento, comunque una maggioranza larga), mentre Praga e Sofia seguono a ruota. Il fronte orientale, insomma, non parla con una voce sola: c'è chi chiede più Europa e chi comincia a chiedersi quanta ne basti.La difesa e la sicurezza restano comunque la priorità numero uno in sei stati membri, con i picchi più alti in Danimarca (57 per cento), Paesi Bassi (54), Lituania e Finlandia (48): tutti paesi di frontiera Nato, o comunque a stretto contatto con il Baltico russo. E qui il messaggio è decisamente meno ambiguo: più la minaccia percepita è solida, più cresca la domanda di protezione comune.Gli europei hanno smarrito una bussola a stelle e strisce. Non è affatto detto che ne abbiano già trovata una sola, condivisa, per sostituirla.La vera priorità resta domestica. Il 47 per cento degli europei chiede al Parlamento europeo di occuparsi in via prioritaria di inflazione e caro-vita, sei punti in più rispetto a novembre: dodici punti di distacco dal secondo tema, economia e occupazione (35 per cetno). È il salto più netto di tutto il capitolo sulle priorità, e ridimensiona la portata del consenso descritto sopra: gli europei vogliono un'Unione più forte nel mondo, ma la misurano prima di tutto sul carrello della spesa.Ed è proprio su questo terreno che l'Italia racconta una storia a sé. Tra i grandi paesi europei è quello con il profilo più contraddittorio dell'intero sondaggio. È il terzo paese per incertezza percepita come emozione dominante (56 per cento, appaiata a Cipro, dietro solo alla Grecia al 59 per cento), e insieme uno dei tre paesi Ue dove meno persone segnalano un miglioramento della qualità della vita nell'ultimo anno: appena 6 su cento, alla pari di Grecia e Bulgaria, peggio fanno solo Ungheria e Slovacchia (5 per cento). Eppure il 74 per cento degli italiani dice che la propria qualità di vita è rimasta invariata, terzo dato più alto dell'Unione dopo Ungheria e Polonia. È l'istantanea di un paese rassegnato, che ormai si aspetta poco e non si stupisce se poco arriva. La stessa rassegnazione si ritrova nelle aspettative sul futuro: il 68 per cento pensa che il proprio tenore di vita resterà uguale nei prossimi cinque anni, terzo valore più alto in Europa, mentre la quota di chi si aspetta un peggioramento è cresciuta di sei punti dal novembre scorso, terzo incremento più marcato dopo Irlanda e Portogallo. Il confronto con le altre potenze economiche conferma la sfiducia: l'Italia è, insieme alla Grecia, il paese dove la quota di chi giudica la qualità della vita europea peggiore di quella americana è più alta (39 per cento), e uno dei paesi, con l'Ungheria, dove più cresce lo scetticismo nel confronto con la Cina (33 per cento).C'è però un contro-segnale che smentisce il quadro di puro ripiegamento: l'Italia è il paese che ha visto crescere di più l'attenzione mediatica verso il Parlamento europeo dal 2023 a oggi, tredici punti, il balzo più alto tra i 27. Ed è il primo paese per priorità assegnata all'indipendenza energetica come terreno su cui l'Ue dovrebbe rafforzarsi (44 per cento, davanti a Olanda e Germania). Il profilo che ne esce è quello di un elettorato che non si aspetta miracoli dalla propria condizione economica, ma che guarda a Bruxelles con un'attenzione insolitamente crescente. Segno, forse, che laddove manca fiducia nel presente nazionale, cresce lo spazio per un interlocutore esterno.
L'Ue è un "porto sicuro", ma crolla la fiducia negli Stati Uniti. Cosa dice l'Eurobarometro
Mentre il mondo va a rotoli, gli europei si stringono a Bruxelles: il 75 per cento degli europei considera l'Unione "un luogo di stabilità in un mondo turbolento". Difesa e sicurezza come priorità. L'anomalia italiana







