Quanto tempo serve perché la meditazione produca effetti misurabili sul cervello? Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Mindfulness: uno studio, condotto da un team internazionale di ricercatori della Harvard Medical School, del NIMHANS in India, dell'Università di Nottingham e dell'Université Laval, ha utilizzato la scansione cerebrale EEG ad alta densità per osservare in tempo reale l'attività neurale di principianti e meditatori esperti durante una pratica di osservazione del respiro. I risultati mostrano che cambiamenti significativi compaiono già dopo due o tre minuti e raggiungono il picco intorno ai sette. In Italia, una persona su sei soffre di un disturbo mentale: l'ansia e la depressione sono le patologie più diffuse, a soffrirne sono in oltre 700mila sotto i 25 anni. Si stima che i problemi di salute mentale costino all'Italia il 3,3% del Pil, con oltre 20 miliardi di euro di perdite in termini di produttività e partecipazione al mercato del lavoro. Ed è qui che la meditazione può avere un impatto: «È stato dimostrato che la meditazione riduce lo stress psicologico e l'ansia, allevia i sintomi depressivi, migliora la resilienza e potenzia il benessere emotivo generale», spiega il dottor Balachundhar Subramaniam, neuroscienziato, professore di Anestesiologia alla Harvard Medical School e direttore del Sadhguru Centre for a Conscious Planet. In questo contesto cresce l'interesse per strumenti complementari per promuovere il benessere psicologico. Proprio dalla ricerca prende spunto anche anche Miracle of Mind, un'app gratuita arrivata da qualche giorno anche in Italia e basata sui precetti di Sadhguru, yogi e mistico indiano, che propone sessioni guidate della stessa durata individuata come ottimale dallo studio.In che modo la meditazione apporta benefici al cervello?«Il cervello non è un organo statico. Risponde continuamente a ciò che gli diamo. E ciò che la maggior parte di noi gli dà, il più delle volte, è rumore: stimoli costanti, reazioni costanti, richieste costanti. La meditazione offre al cervello qualcosa che non riceve quasi mai: una pausa consapevole da quel ciclo reattivo. Dalla nostra ricerca sull’EEG abbiamo visto come dopo due o tre minuti di meditazione incentrata sull’osservazione del respiro, il cervello inizia a riorganizzarsi: il risultato è ciò che chiamiamo “vigilanza rilassata”, uno stato in cui la mente è tranquilla ma pienamente sveglia».Cosa succede con il passare del tempo?«Con il passare del tempo, gli effetti si intensificano. Una pratica costante di meditazione nel corso di settimane e mesi produce ciò che i neuroscienziati definiscono “cambiamenti di tratto”, ovvero mutamenti permanenti nel funzionamento del cervello, non solo nelle sensazioni del momento. In uno studio separato pubblicato, i praticanti avanzati di Isha Yoga hanno mostrato un’età biologica del cervello inferiore di 5,9 anni rispetto a un gruppo di controllo equivalente. Il cervello non subisce solo cambiamenti durante la meditazione: con una pratica costante, muta strutturalmente. Ciò che trovo più entusiasmante dal punto di vista della salute pubblica è il potenziale della meditazione non come trattamento, ma come misura preventiva».Cioè?«Secondo recenti dati epidemiologici, una persona su due svilupperà un disturbo mentale entro i 75 anni. Se riuscissimo a modificare lo stato di equilibrio interiore di una popolazione, a ridurre lo stress cronico di basso livello, a migliorare la qualità del sonno e a rafforzare la resilienza cognitiva, gli effetti a valle sull’incidenza dei disturbi mentali potrebbero essere notevoli».È utile per tutti o ci sono dei soggetti su cui rischia di essere controproducente?«Per la stragrande maggioranza delle persone, la meditazione incentrata sul respiro è sicura, accessibile e benefica. Tuttavia, una percentuale esigua ma reale di persone, stimata in alcuni studi tra il 5 e l’8 per cento di chi pratica regolarmente, sperimenta quelli che talvolta vengono definiti “effetti avversi legati alla meditazione”. Questi possono includere un aumento dell’ansia, un’ondata emotiva, disorientamento o, in rari casi in soggetti con determinate anamnesi psichiatriche, un peggioramento dei sintomi dissociativi».Come mai succede?«Questi effetti sono solitamente associati a pratiche intensive, tipiche dei ritiri, che si protraggono per molti giorni, piuttosto che a brevi sessioni quotidiane. Anche il tipo di meditazione è rilevante: il monitoraggio aperto e alcune pratiche basate sull’intuizione comportano un rischio maggiore per le persone vulnerabili rispetto all’osservazione del respiro con attenzione focalizzata».A chi sconsiglia quindi la pratica?«La meditazione non è un trattamento di prima linea per le malattie mentali gravi: psicosi acuta, ideazione suicidaria attiva, disturbo bipolare grave in fase maniacale. In queste condizioni, la cura clinica adeguata ha la priorità. La meditazione può avere un ruolo complementare nella fase di recupero e mantenimento, ma tale aspetto dovrebbe essere gestito da un professionista sanitario qualificato».Come rispondere a chi critica la meditazione o la considera antiscientifica?«La critica secondo cui la meditazione non è scientifica era fondata nel 1980. È molto più difficile sostenerla nel 2026. Il problema più profondo è che alcuni critici confondono lo studio scientifico della meditazione con un’approvazione delle affermazioni spirituali o metafisiche talvolta ad essa associate. Si tratta di questioni distinte: se la coscienza persista dopo la morte, se l’illuminazione sia raggiungibile, se le esperienze mistiche abbiano un significato ontologico. Sono domande filosofiche affascinanti di cui sono lieto di discutere, ma non sono necessarie affinché le prove mediche e psicologiche reggano. Ai dati dell’EEG non interessa se credi nel karma. Il cervello subisce dei cambiamenti e noi possiamo misurarli».