Il premio Nobel Paul Krugman ha riaperto il dibattito sul declino dell’Europa. Il Vecchio Continente rimane una superpotenza ricca e probabilmente “più giusta” degli Stati Uniti, ma è fragile per i problemi che il Rapporto Draghi ben descrive.
La tesi di Krugman sull’Europa
In una serie di brevi post pubblicati su Substack, Paul Krugman ha messo in discussione la tesi secondo cui l’Europa sarebbe da tempo in declino. Una tesi che non solo è cara alla destra trumpiana, ma che soprattutto dopo il Rapporto Draghi è divenuta un sentimento diffuso anche nella stessa Europa. La bassa crescita economica e della produttività, nonché l’assenza di grandi imprese tecnologicamente avanzate e l’ammontare di investimenti da loro effettuati vengono spesso considerate prove a sostegno di questa interpretazione. L’Europa starebbe così trasformandosi in un «grande museo»: bella da visitare e un posto piacevole in cui vivere, ma incapace di darsi un futuro.
Krugman osserva, invece, che un attento confronto con gli Stati Uniti restituisce un quadro più sfumato. Una serie di indicatori socioeconomici racconta infatti una storia diversa: la speranza di vita è più elevata, i livelli di alfabetizzazione sono migliori, i servizi pubblici più efficienti, la protezione sociale più estesa e i tassi di criminalità più bassi. In altri termini, la qualità della vita in Europa appare nettamente superiore. Naturalmente, questi valori medi risentono del fatto che negli Stati Uniti le disuguaglianze economiche e sociali sono significativamente più marcate.






