Sono laureata in sociologia e comunicazione visiva e

digitale, recensisco musica, leggo per imparare a scrivere, mi nutro di (auto)

ironia e cerco di fare pa…

Margherita Carducci, in arte Ditonellapiaga, arriva al 2026 nel momento di maggiore esposizione della sua carriera. Dopo il terzo posto a Sanremo con «Che fastidio!», uno dei brani più apprezzati dell’edizione, si aggiudica anche la serata delle cover insieme a Tony Pitony con una rilettura di «The Lady Is a Tramp». È il ritorno al centro della scena dopo un periodo più defilato e il contesto in cui annuncia l’uscita del suo terzo album che si intitolerà «Miss Italia». Pochi giorni più tardi arriva la contestazione da parte dell’organizzazione della manifestazione: quel titolo, secondo gli organizzatori del concorso, non può essere utilizzato. Ne nasce una disputa legale che accompagna fino alla decisione del Tribunale di Roma che rigetta il ricorso, permettendo all’artista di mantenere il titolo. Ditonellapiaga prende in prestito uno dei simboli più riconoscibili dell’immaginario italiano per smontarlo dall’interno. Non per mettere sotto accusa «Miss Italia», ma per portare alla ribalta il meccanismo che trasforma ogni donna, ogni artista e, in fondo, ogni persona in qualcosa da misurare, classificare e giudicare. Un album nato per mettere in discussione le convenzioni si ritrova a dover difendere la propria libertà espressiva proprio davanti a quel sistema di regole che stava provando a raccontare. Quando le facciamo notare questo paradosso, Ditonellapiaga sorride. «È un’analisi interessante. Per certi versi sì. Cercavo di scardinare certi canoni e, a un certo punto, quei canoni sono arrivati davvero a dirmi: “Ehi, aspetta un attimo”. Ho trovato questo parallelismo molto evidente. Poi, a posteriori, ho visto anche il lato positivo e quasi divertente della vicenda. Ovviamente riesco a dirlo adesso che abbiamo vinto: prima non avrei potuto viverla con lo stesso spirito».