di Giuseppe Pignataro*

C’è una nuova forma di denaro che non fa rumore. Passa da un gesto apparentemente semplice: trasformare denaro ordinario in denaro digitale, sempre disponibile, sempre trasferibile, sempre acceso. Il caso Tether racconta proprio questo. E merita attenzione anche da chi non compra criptovalute e non ha mai aperto un portafoglio digitale.

Partiamo dalla parola più tecnica: token. Non è una banconota, non è una moneta metallica e non è automaticamente un deposito bancario protetto come quelli che conosciamo. È piuttosto un ‘valore’ digitale da definire. Nel caso di USDT (dollaro virtuale emesso da Tether), la promessa è semplice: ogni USDT dovrebbe valere circa un dollaro. Chi possiede 1.000 USDT non sta comprando un’azione di Tether, non sta ricevendo una cedola, non sta acquistando un titolo di Stato. Sta detenendo una forma digitale di dollaro privato: un gettone che il mercato usa come se fosse equivalente a un dollaro.

La domanda allora è naturale: perché qualcuno dovrebbe dare 1.000 dollari per ricevere 1.000 USDT, se poi non ottiene interessi, cedole o dividendi? La risposta è che USDT non viene comprato principalmente per “rendere”. Viene comprato per muoversi! Prima delle stablecoin, uscire dalla volatilità delle criptovalute significava spesso uscire anche dal mercato. Immaginiamo un utente con 1.000 dollari in Bitcoin. Il prezzo oscilla, il mercato è nervoso, lui vuole mettersi al sicuro. Nel circuito tradizionale dovrebbe vendere, convertire in euro o dollari, chiedere un bonifico verso la banca, attendere tempi tecnici, orari bancari, controlli, fine settimana. Se poi volesse rientrare, dovrebbe rifare il percorso inverso. Ma il mercato digitale non dorme: si muove di notte, di domenica, durante le feste. Il tempo bancario è intermittente; il tempo crypto è continuo.