Nell’autunno 2005 andai a visitare il Bates college, una piccola università privata a indirizzo umanistico, una sessantina di chilometri a nord di Portland, nel Maine. Quell’anno si era distinto per essere uno dei 75 college statunitensi dove il prezzo di base aveva superato la soglia dei quarantamila dollari. Ero stato incaricato di scrivere un articolo su come il Bates aveva calcolato la retta e gli altri costi di iscrizione, perché i suoi dirigenti mi avevano confidato di temere di essere vicini al punto in cui le famiglie avrebbero semplicemente detto: “Basta!”.
“I quarantamila dollari non sono uno spartiacque”, mi disse Elaine Tuttle Hansen, all’epoca presidente del Bates. “Ma prima o poi c’è un punto di non ritorno. C’è sempre un punto di non ritorno, e noi dobbiamo tenerne conto”. Di certo il punto di non ritorno non è stato né cinquantamila né novantamila dollari, visto che oggi il prezzo ufficiale “tutto compreso” del Bates è di 94.560 dollari. È stato uno degli 85 atenei che hanno superato i novantamila dollari per l’anno accademico 2025-2026, secondo i dati del College board, l’organizzazione statunitense che si occupa di valutazione e accesso all’istruzione superiore.
Ora però stiamo per varcare una nuova soglia. Con gli aumenti già annunciati per il 2026-27, alcune delle università più costose del paese stanno sfiorando le sei cifre per retta, vitto, alloggio e contributi obbligatori. Se poi si aggiungono le spese accessorie – libri, trasporti e tutto ciò che il governo federale impone di includere nel calcolo delle agevolazioni economiche – il “prezzo di listino” di almeno sedici di loro, tra cui l’Amherst college, la New York university (Nyu) e la University of Southern California (Usc), ha già superato i centomila dollari.







