ROVIGO - Da Rovigo ai teatri di guerra, passando per alcuni dei contesti umanitari più difficili del pianeta. Francesca Pavan lavora per il Comitato Internazionale della Croce Rossa e oggi è impegnata tra Ramallah e Gaza nella ricerca delle persone scomparse e ci racconta il percorso che l'ha portata sul campo, il peso umano delle missioni e il legame, mai reciso, con la sua città.
Come sei arrivata a lavorare per la Croce Rossa? «Abbastanza casualmente. Dopo la laurea pensavo che sarei diventata una traduttrice di libri, ma nel frattempo avevo iniziato a fare volontariato per un'associazione di Rovigo che si occupa di assistenza ai migranti. Ho approfondito la mia conoscenza in materia di migrazione e diritti dei rifugiati e c'è stata la possibilità di farlo diventare un lavoro. Il master a Pisa, incentrato sulla gestione dei conflitti e sulla tutela dei diritti umani, mi ha aperto un mondo. La parte pratica prevedeva uno stage con una Ong e per la prima volta sono partita per l'Africa, perché mi attirava e volevo mettermi alla prova in un contesto nuovo e sfidante. Da lì non mi sono più fermata: ho lavorato in situazioni di emergenza e mi sono specializzata in tematiche come la tutela dei minori o la violenza di genere, tra gli altri, finché non ho fatto domanda per una posizione aperta del Comitato Internazionale della Croce Rossa in linea con il mio percorso e sono stata selezionata. Nel tempo ho avuto delle opportunità che mi hanno permesso di sviluppare un profilo che mi ha portato qui, una concatenazione di occasioni che mi fanno dire oggi di essere dove sento che dovrei essere».In quali Paesi hai lavorato e quanto spesso ti sposti? «Ho lavorato principalmente in Africa, per circa sette anni, spostandomi dal Ciad al Mali, al Niger e alla Repubblica Democratica del Congo. Poi, sia per conoscere un contesto nuovo sia per non settorializzarmi troppo, mi sono spostata in Bangladesh e ora mi trovo in Palestina, di base a Ramallah, ma lavoro sul contesto di Gaza, che visito ogni tanto. Mi occupo della ricerca e dell'identificazione di persone scomparse, lavorando con famiglie, autorità e specialisti forensi per chiarire il destino dei dispersi e supportare chi rimane ad affrontarne le conseguenze umane e materiali».Che cosa ti ha preparato davvero al lavoro sul campo e cosa invece si può imparare solo vivendo certe situazioni? «Niente mi ha preparato nello specifico. C'è una formazione tecnica di base che mi ha dato un buon background sui diritti umani, su come funzionano le operazioni umanitarie, le missioni di peacekeeping, su come gestire un progetto. Ma a livello pratico puoi apprendere solo sul campo, a seconda del contesto in cui ti trovi. Ancora prima del lavoro mi sono servite le esperienze di studio all'estero per capire che ero fatta per vivere lontano da casa, fuori dalla mia zona di comfort, e l'esperienza nella cooperativa di Rovigo per capire che mi interessava e che ero in grado di lavorare con culture diverse. Ovviamente conta molto l'attitudine personale, la capacità di adattamento ad ambienti diversi e l'interesse che nutro verso Paesi e culture diversi dalla mia».Quali sono i miti o gli stereotipi che vorresti sfatare sul lavoro umanitario e su chi lo svolge? «Ci sono due cose che mi infastidiscono. La prima è lo stereotipo del cooperante sciatto, con le Birkenstock, i pantaloni etnici, che si lava dal secchio. L'idea del salvatore che va in Africa a dipingere la scuola o a insegnare ai bambini. Siamo professionisti con competenze e conoscenze tecniche. Facciamo il nostro lavoro, eppure spesso ti fanno i complimenti come se fosse una vocazione. Inizia tutto dalla volontà di aiutare in situazioni di conflitto, certo, ma è un lavoro, una professione, non sono Madre Teresa. La seconda cosa è l'idea che lavorando in contesti difficili e trattando tematiche pesanti non possiamo trattarci bene o permetterci dei comfort come giocare a tennis o andare in piscina».Dopo tanti anni fuori, cosa significa oggi "casa"? «Casa per me è Rovigo, anche se con Rovigo ho un rapporto di amore e odio. Sono contenta di tornare perché è una dimensione piccola in cui mi sento accolta, ma dopo un po' mi sento risucchiata dalla sua inerzia. Sono rimasta molto legata, oltre che alla mia famiglia, agli amici e alle amiche della mia città. Quando torno però devo motivarmi anche a uscire e svolgere attività fuori dalla città per non sentirmi soffocare dopo un po'». Come si gestiscono distanza affettiva, relazioni e famiglia? «Penso sia molto importante mantenere i legami ed essere presente nei momenti significativi delle persone che a Rovigo vanno avanti con la loro vita anche quando la mia sembra sempre simile nel tempo. Mi piace dedicare tempo e spazio alla famiglia e alle amicizie quando torno e per me è fondamentale sapere di tornare in un posto dove c'è qualcuno che mi aspetta».C'è un prezzo personale per chi lavora per anni nelle emergenze? «Forse il fatto di diventare più selettivi per quanto riguarda le relazioni personali, le amicizie che si instaurano in ogni luogo. Io ho un'adattabilità molto alta ai luoghi, non ho grossi bisogni personali, ma ogni volta diventa sempre più difficile ricreare delle relazioni. Se all'inizio avevo entusiasmo nel circondarmi di persone nuove, nel tempo ho capito che è poi difficile mantenere i rapporti con un entourage grande. Per non parlare poi delle relazioni affettive, che è difficile mantenere se il proprio partner non condivide stili di vita simili; trovare un compromesso non è sempre facile».Una volta conclusa la missione in Palestina, quali saranno i tuoi prossimi progetti? «In questo contesto mi sento particolarmente stanca. Credo che da settembre mi prenderò qualche mese di pausa che in questi anni non mi sono molto concessa».






