Roma – «Entro il gruppo non ampio di tombe etrusche dipinte attribuite al periodo compreso tra la fine dell’età classica e l’ellenismo, la Tomba François occupa un posto particolare», così scriveva Filippo Coarelli in un articolo pubblicato, nel 1983, in Dialoghi di Archeologia, la rivista fondata da Ranuccio Bianchi Bandinelli. Quel saggio rappresentò una svolta fornendo una chiave interpretativa nuova per comprendere il ciclo di affreschi presente sulle pareti del monumento funerario, che venne rinvenuto a Vulci nella primavera del 1857 dall’archeologo Alessandro François di cui oggi porta il nome. A lungo è stato noto come “Grotta Bella” e già la prima denominazione ne suggeriva l’interesse. Altri l’hanno soprannominata la “Sistina etrusca”. Adesso quel capolavoro dell’antichità è finalmente visibile a tutti. Acquistato dallo Stato attraverso il ministero della Cultura, resterà da oggi esposto a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Scene affrescate nel sepolcro rinvenuto a Vulci nel 1857

A Mauro Cristofani si deve l’inquadramento cronologico degli affreschi oggi generalmente accettato: gli anni tra il 340 e il 310 avanti Cristo e quindi di poco posteriori allo scontro tra romani e etruschi noto come guerra romano-tarquiniese (358-351 avanti Cristo), che fu costellata da episodi di particolare atrocità da entrambe le parti come l’uccisione rituale dei prigionieri, pratica che era stata superata (o, almeno, abbandonata) nelle società del tempo, ma alla quale si ritornò. Trecento prigionieri romani vennero sacrificati nel foro di Tarquinia, lo stesso, in un secondo momento, fecero i romani. L’eco di questo può leggersi nella scelta di raffigurare, su una delle pareti della tomba, il sacrificio dei prigionieri troiani in onore di Patroclo da parte di Achille narrato nell’Iliade.