Con uno squisito tempismo, nell’ultimo giorno del Pride Month, il mese dedicato ai diritti della comunità Lgbtq, la Corte suprema degli Stati uniti ha deliberato che i singoli stati potranno vietare alle atlete transgender di competere nelle squadre femminili: una sentenza 6 a 3 ha messo fine a uno dei casi più seguiti della «guerra culturale» di questa sessione, lasciando in piedi leggi discriminatorie in oltre metà degli stati Usa.
L’Alta corte ha confermato le leggi di due stati conservatori che escludono ragazze e donne transgender dalle competizioni sportive femminili, ribaltando le sentenze emesse da tribunali inferiori a favore delle due studenti transgender che avevano intentato causa, dopo essere state escluse dalle competizioni in West Virginia e in Idaho.
La Corte si è divisa tra conservatori e liberal e ha stabilito che il divieto non viola il Titolo IX, la legge sui diritti civili che proibisce la discriminazione nell’istruzione. I tre giudici liberal hanno concordato con i conservatori su questo punto, ma si sono divisi sulla questione relativa al 14° Emendamento, la clausola di «pari protezione».
L’IMPATTO AVRÀ una risonanza ben più ampia: i divieti imposti da Idaho e West Virginia sono già replicati in almeno 25 stati. In Idaho la legge prevede che, in caso di contestazione del sesso di un’atleta, questa debba sottoporsi a una visita medica con consenso per verificarne il sesso biologico alla nascita, procedura che le associazioni per i diritti civili definiscono invasiva. Nello stato di Washington un’iniziativa referendaria in discussione per novembre arriverebbe a richiedere veri e propri esami genitali alle studenti di medie e superiori.










